domenica, novembre 05, 2006

UN PRECURSORE (JONAS H.)

Hans Jonas è stato un filosofo che ha “attraversato” il Novecento e alcuni luoghi significativi “dell’Occidente” riuscendo a cogliere alcune contraddizioni del suo e del nostro tempo. E’ nato e cresciuto nella Germania del primo terzo del secolo per poi emigrare in Inghilterra, Palestina e poi ancora in America, dove muore a New York nel 1993. Ha dedicato la sua vita all’approfondimento e all’insegnamento di tematiche filosofico-religiose. Jonas rappresenta, secondo me, uno dei più significativi precursori dell’idea di “sviluppo sostenibile” anche se in modo, per lui, solo relativamente consapevole. Questa relatività dipende però da motivi puramente “storici”: l’essere fin troppo un uomo del Novecento e dunque vittima delle contese ideologiche di quel secolo. Il suo testo che prendo in considerazione in questo post è stato pubblicato nel 1979 con il titolo “Das Prinzip Verantwortung” (Il principio responsabilità).
Secondo Jonas risiede nella natura un’autoaffermazione dell’essere che lo fa risultare migliore della condizione del non essere. La natura risulta avere, per lui, una disposizione favorevole verso la propria sopravvivenza, la quale assume pertanto un valore (il primo in assoluto) e il cui mantenimento è un bene in sé. Uno scopo perseguito dalla natura de facto. L’essere diventa così dover essere (esiste cioè un’esigenza della sua realtà).
Si pone, di conseguenza, anche un problema di causalità fra l’agire umano e il dover essere della natura. Scrive Jonas: “soltanto nell’uomo il potere, grazie al sapere e all’arbitrio, è emancipato dal tutto e può così diventare fatale all’uno e all’altro”.
Il potere dell’uomo è considerato da Jonas nella sua evoluzione storica. Nella sua formulazione teorica l’uomo, nel procedere della Storia, attraverso il suo sapere e la sua tecnologia è venuto a disporre di un potere enorme in grado di pregiudicare la sopravvivenza della natura e quindi anche la sua. Un potere che richiede un sapere predittivo sempre più di difficile attuazione e verificabilità immediata, e che risulta insufficiente a rispondere al concatenarsi cumulativo delle serie causali dell’agire umano (sempre meno prevedibili e controllabili). “Così alla constatazione che l’accelerazione dello sviluppo alimentato dalla tecnologia non lascia più tempo all’autocorrezione, si aggiunge quella che anche nel tempo lasciato le correzioni diventano sempre più difficili e la libertà di farle sempre più ridotta”. Mancando la possibilità di autocorrezione nasce l’esigenza di un autocontrollo dell’agire.
Si stabilisce così il legame fra dover essere della natura e potere dell’uomo. Questo legame è dato dalla responsabilità, o meglio da un’etica della responsabilità. “L’etica mette ordine nelle azioni e regola il potere di agire” con il fine di preservare la sopravvivenza della natura nella sua varietà. “Una nuova etica che richiede un’umiltà tale da riconoscere il bisogno di una responsabilità proporzionata al potere del fare”. Una responsabilità che, secondo me, richiedendo la consapevolezza e il contributo di tutti (indipendentemente dalle loro aspirazioni, cultura, nazione, etc.) determina il suo carattere globale, o comunque collettivo. In netto contrasto questo con l’attuale spirito individualista “occidentale”, ed anche quindi con la “creatività distruttiva” (e/o distruzione creativa) della società capitalistica.
L’entità del potere e del sapere dell’agire umano, nel mondo attuale, è già tale da richiedere una consistente responsabilità nei confronti delle generazioni future; una necessità di difficile soddisfazione perché risulta già in evidente detrimento degli interessi della società esistente. Il non essere delle generazioni future solo in apparenza prevale però su quella esistente. Per coerenza con la necessaria continuità dell’essere nel tempo non si deve pregiudicare la sua sopravvivenza futura e la sua capacità di una condotta responsabile. Compromettendo le possibilità delle generazioni future si negherebbe già oggi la priorità assoluta dell’essere sul non essere.
Jonas riassume il tutto in modo egregio con: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”, oppure, “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità futura di tale vita”
L’esistenza e il rispetto di questa responsabilità Jonasiana è compatibile con il concetto di “sostenibilità”, nel senso che questa diventa un elemento caratterizzante della prima. L’agire umano deve cioè essere adattabile con il non pregiudicare la possibilità di sopravvivenza delle generazioni future. Stiamo parlando di possibilità, per cui anche solo “un’eventualità di sventura” deve essere presa in seria considerazione e passare il vaglio della responsabilità. La sola eventualità di sventura è rilevante perché il sapere predittivo è inferiore al potere del fare per cui risulta non possibile compiere delle scelte definibili ragionevolmente giuste mancando sufficienti riscontri. Si pensi alla biotecnologia in genere o, come esempio specifico, ai cosiddetti OGM già ampiamente diffusi ma i cui effetti sull’uomo e sulla natura sono solo in minima parte conosciuti, cosa che dovrebbe portarci ad assumere un atteggiamento prudente nel loro utilizzo. Esempi di altre tematiche rilevanti? Crescita demografica, spartizione ed utilizzo delle risorse, preservazione dell’equilibrio ambientale.
E’ evidente che non è possibile un accoglimento parziale dell’etica della responsabilità. Ciò che ad essa non si sottoponesse finirebbe, in ogni caso, per produrre quegli effetti che la stessa etica vuole evitare. Per questo motivo è stato un errore “ghettizzare” le idee di Jonas al solo ambito ecologista. La sua teoria non suggerisce di agire sulla natura per dominarla in modo da non compromettere la nostra sopravvivenza, rimarrebbe questo un punto di vista baconiano. Semmai ci suggerisce di assumere una condotta nel nostro agire (economico, politico, quotidiano, etc.) che si faccia carico del rispetto e della sopravvivenza della natura che ci circonda e di cui facciamo parte. “La comunanza dei destini dell’uomo e della natura, riscoperta nel pericolo, ci fa riscoprire anche la dignità propria della natura, imponendoci di conservarne l’integrità andando al di là di un rapporto puramente utilitaristico.”
Jonas, ponendosi il problema della attuabilità dell’etica teorizzata, evidenzia poi un aspetto non irrilevante: l’assenza di utopia. Non esiste cioè una terra promessa, la promessa di un superuomo, un mondo senza classi, un “non essere ancora”, una speranza nell’infinito progresso che tutto risolve. “L’uomo autentico è già sempre esistito con tutti i suoi estremi, nella grandezza e nella meschinità, nella felicità e nel tormento, nell’innocenza e nella colpa; in breve, in tutta l’ambiguità che gli è connaturata. Volerla eliminare significa voler eliminare l’uomo e la sua incommensurabile libertà”. Quindi la scelta della responsabilità è finalizzata ad ottenere l’autenticità e non un utopico mondo perfetto. E questo, secondo me, è un indubbio problema dell’etica della responsabilità, ma anche del concetto di “sviluppo sostenibile”: non si “vede” la sua proiezione futura allettante; ossia il “cosa ci guadagno?”. Scrive Jonas: “votati al divenire sovrano, condannati ad esso, dopo aver soppresso l’essere trascendente, dobbiamo cercare in quel divenire, ossia nel transitorio, l’autentico. Soltanto così la responsabilità diventa principio morale dominante. (…) Responsabili si può essere soltanto per ciò che è mutevole ed è minacciato dalla corruzione e dalla decadenza”. Non scompariranno la fatica, il sacrificio, il male e quant’altro perché le risorse disponibili e l’uomo sono e rimarranno “limitati”. Il premio della sostenibilità/responsabilità è quindi “solo” il vivere autentico nel suo divenire, cioè la sopravvivenza. Questo vorrà dire , per esempio, non coltivare l’illusione che il nostro benessere attuale non sia “pagato” da qualcuno ma rendersi conto che il benessere non può essere ottenuto a scapito della natura e, aggiungo io, degli altri uomini. Perché al fianco del principio della responsabilità ci dovranno pur sempre essere altri principi come la giustizia, la libertà, la tolleranza, l’eguaglianza, etc. Tutti questi principi dovranno essere uniti in un equilibrio di coerenza con il vivere autentico.
A causa di quel che si diceva poc’anzi, il concetto di sviluppo in Jonas non è considerato come scopo necessario per il rispetto dell’etica della responsabilità, non rientrando in alcun dover essere, anche perché risulta tutta da dimostrare proprio la sua presunta utilità-necessità. Al più, lo sviluppo può risultare dunque un incentivo al perseguimento della sostenibilità, andando a riempire parte del vuoto derivante dalla citata assenza di utopia. Lo slogan “sviluppo sostenibile” sembrerebbe assegnare alla sostenibilità il ruolo di qualità aggiunta che ci si prefigge di perseguire nello sviluppo, in realtà, seppur in apparente contraddizione, è lo sviluppo ciò che va ad aggiungersi alla sostenibilità, essendo quest’ultima lo scopo indispensabile e prioritario. Lo slogan, quindi, è poco più di una concessione consolatoria dell’attuale generazione a se stessa…D’altra parte capisco che “sopravvivenza sostenibile” non risulti un’alternativa molto seducente.
Accettando la natura dell’uomo bisogna riconoscere che non si può lasciare alla sua singola volontà il rispetto della sostenibilità. Riemerge così il carattere globale-collettivo della responsabilità. Per questo motivo, secondo me, saranno necessarie una o più istituzioni internazionali che adottino politiche di sostegno, di controllo, di studio e di attuazione della sostenibilità. Fra le “istituzioni” considero in primis una costituzione globale che annoveri fra gli altri principi proprio il rispetto delle generazioni future e della natura.
L’adozione di politiche rispettose dell’etica della responsabilità comporterà per il mondo industrializzato, ma non solo, una trasformazione simile al passaggio da un’economia di guerra a una di pace, con tutti i traumi che questo ha sempre comportato e senza la possibilità di poter consumare indiscriminatamente risorse.

venerdì, ottobre 13, 2006

IL W.T.O.

Il WTO nasce ufficialmente il 1 gennaio 1995. La sua nascita però trae origine dagli accordi multilaterali detti GATT figli del sistema Bretton-Woods che costruirono un sistema internazionale parzialmente coordinato intorno alla supremazia degli Stati Uniti. Il suo obiettivo principale dovrebbe essere lo sviluppo del commercio mondiale e dovrebbe fondare la sua legittimazione dal fatto di deliberare a seguito della formazione di un vasto consenso tra suoi membri.

Chi sono i membri del WTO? Formalmente i Paesi che ne hanno sottoscritto gli accordi (normalmente ratificati dai rispettivi Parlamenti), concretamente i ministri al commercio estero e i diplomatici ed i loro staff. I ministri degli Stati membri compongono la Conferenza Ministeriale e si riuniscono ogni due anni. La struttura del WTO è formata oltre che dalla Conf. Ministeriale anche dal Consiglio generale a cui sono sottoposti i c.d. consigli settoriali, comitati e gruppi di studio. Questi sono gli organi stabili del WTO che effettivamente “preparano” le bozze di accordo su cui si verificherà l’esistenza o meno del consenso. Il consenso è raggiunto quando nella riunione in cui si delibera su un determinato accordo nessun membro si oppone formalmente (o, meglio, ha la “forza” contrattuale per farlo). Vi è quindi alla base un intenso lavoro tecno-diplomatico (e poca tutela degli interessi generali o comunque di interessi diversi da quelli direttamente riconducibili al commercio internazionale).

Ma esisteranno dei principi formalizzati su quali si fonda l’operato del WTO?

Dal sito ufficiale del WTO:

“The trading system should be:

1) without discrimination (...);

2) free – barriers coming down through negotiation;

3) predictable – foreign companies, investors and governments should be confident that trade barriers (including tariffs and non-tariff barriers) sould not be raised arbitrarly; tariff rates and market-opening commitments are “bound” in the WTO;

4) more competitive;

5) more beneficial for less developed countries – giving them more time to adjust, grater flexibility, and special privileges.”

Altri principi non è previsto abbiano influenza nelle delibere del WTO, salvo come eccezione e con effetti comunque limitati nel tempo.

Fra i compiti del WTO vi è anche quello di monitorare le politiche dei suoi membri che hanno effetto sul commercio mondiale. Perché, oltre che attraverso dazi e sussidi, il libero scambio fra paesi può essere ostacolato anche con i c.d. “ostacoli non tariffari”, come ad esempio un obbligo di etichettatura di un certo prodotto alimentare. Peccato che possono essere considerate politiche lesive del commercio anche leggi o regolamenti che mirano a tutelare altri interessi (come quelli ambientali o di salute).

La novità, forse più rilevante, del WTO rispetto al GATT è stata proprio l’istituzione di un sistema efficace di risoluzione delle controversie, fra i Paesi membri, in materia di commercio mondiale. Il sistema si basa su un processo di tipo arbitrale, condotto da esperti del commercio mondiale di rinomata fama (e di norma di scarsa competenza in altri campi…). Il processo può portare all’imposizione della revisione delle leggi e dei regolamenti “colpevoli” di ostacolare il libero scambio; in assenza di correzione la pena è una multa pari al presunto danno subito dal paese ricorrente. L’efficacia giurisprudenziale è da considerarsi buona solo se giudicata in base alle finalità del WTO.

Quello che mi lascia perplesso è che è stato possibile costruire un organismo che riesce, a livello mondiale, ad imporre il libero commercio (magari anche a scapito di ambiente, salute e sicurezza) ma NON si è riusciti a costituirne un altro che tuteli con efficacia l’interesse pubblico globale. Come mai? Forse la causa va ricercata nella mancata consapevolezza di essere tutti portatori di quel interesse pubblico globale e della responsabilità che esso comporta, soprattutto nei confronti delle generazioni future?

Approfondirò ancora la materia in prossimi post anche per capire se, a undici anni dalla sua nascita, il WTO (o meglio i suoi membri…) sia riuscito ad apportare dei correttivi a quegli elementi dannosi che lo intaccano sin nei suoi costituenti primari (e cioè i suoi principi).

Discorso di un Presidente

Discorso di un Presidente

Mi riferisco a: http://www.whitehouse.gov/news/releases/2006/09/20060905-4.html

Il discorso del Presidente Bush del 05/09/06 ha una notevole rilevanza perché rappresenta la sintesi della strategia statunitense (vedi anche http://www.whitehouse.gov/nsc/nsct/2006) sulle problematiche mediorientali che influenzerà anche il nostro futuro prossimo (pur non avendogli dato delega in merito…).

Depurato il discorso dai toni elettoralistici (siamo prossimi alle elezioni di middle term) rimane la volontà di costruire un legame fra l’estremismo sunnita e quello sciita che vengono infatti definiti “different faces of the same threat” preparatorio di un possibile intervento in Iran. Il recente conflitto Israelo-Libanese ha indubbiamente “aiutato” una simile tesi. Da Hizbullah (citato ben 6 volte nel discorso) all’Iran il passo è breve.

La strategia anti-estremisti in cinque punti proposta da Bush la riassumerei così:

1) conferma del possibile ricorso ad attacchi preventivi;

2) impedire che outlaw regimes e terroristi si possano dotare di armi di distruzione di massa (ADM);

3) impedire che gli outlaw regimes supportino in qualsiasi modo gli integralisti;

4) impedire che il network dei terroristi occupino parti di un Paese non sufficientemente controllate o non completamente sotto la sovranità statale (riferimento malizioso perché implicito al Libano).

Quindi i primi quattro punti tratteggiano una politica puramente poliziesco-militare. Non viene proposta alcuna altra politica anche solo da attuare in parallelo alla prima. Come se la situazione in Medio Oriente non dipendesse in principal modo da fattori di tipo economico-sociale. Come se le motivazioni del suo mancato sviluppo non avessero agevolato il Terrorismo. Qui sta l’errore dell’amministrazione Bush, non propone politiche di sviluppo che possano essere accolte dai popoli che vorrebbe “redimere” e “convertire” alla Democrazia. Parlo di errore volendo ben pensare delle intenzioni illustrate nel discorso…

Non è dato, poi, capire dalle parole del Presidente secondo quale legge un regime possa e venga ad essere definito “outlaw”; secondo quale criterio si decide chi possa detenere ADM e chi no; e chi giudicherà cosa costituisce “supporto ai terroristi”.

Continuiamo a commettere lo stesso errore da cinque secoli a questa parte. Continuiamo, come “occidentali”, ad ergerci a difensori della Libertà e a civilizzatori a scapito di popoli più deboli. E arriviamo così al V° punto di Bush….

“Fifth, we're working to deny terrorists new recruits, by defeating their hateful ideology and spreading the hope of freedom -- by spreading the hope of freedom across the Middle East.” (Chi gli ha dato tanta autorità morale?) “For decades, American policy sought to achieve peace in the Middle East by pursuing stability at the expense of liberty. The lack of freedom in that region helped create conditions where anger and resentment grew, and radicalism thrived, and terrorists found willing recruits.” (Corretta l’autocritica ma la soluzione proposta rischia di far peggio)(…) “The experience of September the 11th made clear, in the long run, the only way to secure our nation is to change the course of the Middle East. So America has committed its influence in the world to advancing freedom and liberty and democracy as the great alternatives to repression and radicalism.” (ma quale prezzo devono pagare le popolazioni “beneficiarie”? Popoli ai quali fra l’altro non è stato chiesto alcun consenso…) ”We're taking the side of democratic leaders and moderates and reformers across the Middle East. We strongly support the voices of tolerance and moderation in the Muslim world.” (Come l’Arabia Saudita?)(…) “We're standing with Lebanon's young democracy against the foreign forces that are seeking to undermine the country's sovereignty and independence.” (A chi si riferisce? Ad Israele o alla Siria? o ad entrambi?).

Si giustificano così, per la necessità di conseguire il fine superiore della Democrazia e della sua sopravvivenza, i continui riferimenti allo stato di guerra presenti nel discorso (dove la parola “war” compare 18 volte) del Presidente, dando inoltre per scontato un consenso del Mondo Libero che io non rilevo affatto.

Per esempio, Bush dice: “Your presence here reminds us that we're engaged in a global war against an enemy that threatens all civilized nations. And today the civilized world stands together to defend our freedom; we stand together to defeat the terrorists; and were working to secure the peace for generations to come.” e più oltre aggiunge “Five years after our nation was attacked, the terrorist danger remains. We're a nation at war -- and America and her allies are fighting this war with relentless determination across the world.” E verso la fine, prima di introdurre il National Strategy for Combating Terrorism, rimarca con enfasi “America did not seek this global struggle, but we're answering history's call with confidence and a clear strategy.”

Non una parola sulla guerra civile in atto in Iraq e sulle difficoltà che la Coalizione incontra anche in Afghanistan. Capisco la necessità di non mostrare debolezze, ma qui si sconfina nell’omissione dai doveri di verità e trasparenza verso il proprio popolo.

L’imposizione del “punto di non ritorno”, implicita nei citati riferimenti allo stato di guerra globale che dovrebbe coinvolgere tutto il “Mondo Libero”, è per me da rigettare. Come ho cercato di spiegare in precedenti post non è, secondo la mia modesta opinione, questa la strada.

Dai terroristi-estremisti non posso aspettarmi nulla di buono mentre dall’America posso e devo aspettarmi di più. Gli americani devono e possono aspettarsi di più dal loro Governo.

La dittatura della Civiltà

La dittatura della Civiltà, invocando la libertà, parla di chi non rispetta più.

Reclama la sua sopravvivenza negando le ragioni della sua stessa esistenza.

Approfitta della paura cha ha contribuito a generare e diffondere.

Monopolizza i parametri secondo cui ti chiede di giudicare ciò che è giusto.

Se il dubbio cresce il nemico che ti distrae sarà più crudele e inumano, sempre più.

Come sempre più altisonanti i discorsi sui vuoti valori che ti chiamerà a difendere.

I suoi errori di ieri sono gli effetti di oggi e saranno le giuste cause di domani.

Quando si arroga il potere di scegliere a chi riconoscere umanità e giustizia sgretola con il peso della sua mala coscienza le fondamenta sulla quale poggia.

Ebbra di sé e del suo benessere, si impone sulle sue vittime offrendogli i valori che proprio loro gli hanno visto calpestare per interesse.

Il Barbaro non crede e muore.

Il Barbaro non collabora e muore.

Il Barbaro non merita se non di morire.

Vivi abbracciando senza remore la Civiltà! Oppure...

09/09/2006

mercoledì, settembre 13, 2006

GUERRAFONDAI

Il commento che segue fa riferimento all'articolo di G.Ferrara su "Il Foglio" del 31/08/06 intitolato "Perchè Israele non deve disarmare", in riposta quest'ultimo all'articolo di A. Sofri su "La Repubblica" intitolato "E adesso Israele rinunci all'atomica" del 30/08/06. (purtroppo nessuno dei due mi risulta essere disponibile su Internet).
Chi sostiene, come Ferrara nell’articolo, la necessità per Israele di non disarmare e per l’Europa di armarsi sostiene implicitamente la teoria dell’equilibrio delle forze (balance of power). In base a questa teoria la pace può essere garantita solo se tutti gli attori hanno una forza militare tale per cui nessuno attacca per paura della reazione. La citazione machiavelliana finale dell’articolo sottende questa idea, benché il passo del Principe non sia correttamente riportato nel testo ma lo sia sostanzialmente nel significato. La teoria citata è ben conosciuta da noi europei, ci ha infatti condotto ai due devastanti conflitti mondiali del primo Novecento, e finisce storicamente per concretizzarsi in una generalizzata corsa agli armamenti (che prima o poi finiscono per essere usati). Inoltre ”l’armiamoci per difenderci” consente specularmente la ricerca da parte dell’Iran di una tutela nucleare utilizzando la stessa giustificazione di Ferrara. Perché, dal loro punto di vista, la minaccia sono Israele e gli Stati Uniti (ancor più oggi che occupano l’Iraq), ma potenzialmente anche il Pakistan e l’India; tutti già dotati di armi nucleari.
Una politica più saggia, secondo me, dovrebbe puntare a ridurre la percezione di minaccia reciproca (forse la pazzia di Sofri sperava in questo…). Il rischio è che gli estremisti guerrafondai di entrambe le parti si sostengano reciprocamente e si autoalimentino nelle giustificazioni allo scontro. Come sta ahimè avvenendo. Una condotta più saggia non deve avere solo un profilo militare ma cercare semmai un equilibrio (non la resa) attuando politiche di sviluppo e distribuzione della ricchezza il più possibile eque, politiche di integrazione rispettose della dignità e della differenze culturali (il che non significa e non deve significare necessariamente la rinuncia alle regole che ci siamo dati), politiche che non mirano al solo accaparramento delle risorse disponibili ignorando tutto e tutti; politiche che rispettano i diritti umani in ogni caso e sempre (e non a seconda della nazionalità del mio interlocutore o del luogo in cui le attuo). La prova che questo atteggiamento, se attuato, sia fallimentare non l’abbiamo, abbiamo invece prova che la corsa agli armamenti storicamente ha portato morte e distruzione (la Storia ci dice fra l’altro che alla fine sia Atene che Sparta si consumarono reciprocamente finendo per essere preda di potenze terze). La via dello scontro, per non volere vedere e guardare la vera origine dei problemi, ci ha portato in Iraq con il risultato che sappiamo, senza peraltro scalfire il pericolo del Terrorismo Internazionale anzi finendo semmai per fomentarlo.
Per le stesse ragioni critico il passo dell’articolo in cui si sostiene che Israele trova la sua legittimazione ad esistere dalle guerre vinte contro i nemici arabo-islamici (da quello che io chiamo la forza di poter difendere lo stato di fatto che sta alla base delle prime risoluzioni ONU in materia, e non viceversa). Ragionamento che ha portato Israele a vivere dal ’48 in un continuo stato di guerra più o meno intenso, senza ottenere nessun risultato positivo dal punto di vista della sicurezza e della riduzione dello stato di precarietà esistenziale. La continua prova di forza logorerebbe qualsiasi Paese, ed è sicuramente ammirevole la volontà con cui il popolo di Israele lotta per la sua sopravvivenza. Ma gli israeliani credo comincino a capire che la loro superiorità militare non è sufficiente per ottenere il risultato voluto, non è quella la strada. E’ giusto e doveroso sostenere ed aiutare Israele ma anche poter criticare scelte sbagliate. E’, a tal fine, auspicabile ed utile un’integrazione nell’Unione Europea di Israele, come anche di altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Perché, se è vero che le nostre origini sono giudaico-cristiane è anche vero che dalle quelle origini ci siamo progressivamente “emancipati” arricchendo il nostro bagaglio culturale e i nostri valori. E se non siamo più una teocrazia (con le sue crociate e le sue cacce agli eretici) lo dobbiamo proprio a questo processo emancipatore. Non vedo perché dovremmo proseguire il cammino accettando la provocazione degli estremisti di entrambe le parti tralasciando altri possibili sentieri (anche se apparentemente più ardui ed accidentati). Per questo non raccolgo la chiamata alle armi dei guerrafondai contro “la pressione della umma islamica” perché quest’ultima non è fatta solo di terroristi, integralisti, ladri, e stupratori, e perché comunque non sarebbe la soluzione migliore per tutti. E’ giusto dire che, affinché una politica di avvicinamento abbia successo, serve la volontà e il concreto sostegno di entrambe le parti, e non è accettabile la mala fede di chi dice che non esista questa volontà nei paesi arabi.
Bisogna sostenere gli israeliani, gli arabi e gli “occidentali” (generalizzazione che mi piace poco…perché alla fine finisce per essere limitante) che lavorano per costruire un futuro comune. Per questo auspico che l’umma islamica intraprenda un percorso di emancipazione costruttiva, la qual cosa non necessariamente implicherebbe una perdita di valori positivi. Perché credo che il miglior cambiamento, pur richiedendo inevitabilmente più tempo, avviene dall’interno e non potrà mai essere, con una effettiva efficacia, imposto dall’esterno. Questo percorso dovrà, fra le altre cose, portare al riconoscimento del diritto di Israele ad esistere. Israele deve poter diventare uno Stato come tutti gli altri, con i suoi diritti e doveri, non “normale” ma eguale.

NOTA AGG.: testo inviato al Direttore de "il Foglio" lo stesso giorno in cui è stato postato e ad oggi, 13/09/2006, non risulta né pubblicazione né risposta.

Diritti e Terrorismo

Quello che segue è un commento al seguente articolo:
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2006/08_Agosto/13/PANEBIANCO.shtml
La suggestiva ipotesi iniziale dell’articolo di Panebianco è frutto di quella che chiamo “illusione” di sconfiggere il Terrorismo con il solo uso della forza, magari una tantum. Un’illusione perché evitata la strage il problema resta, non dimentichiamolo. Come se il Terrorismo non fosse un effetto di un processo storico in corso da decenni (se non da secoli) che non si può pensare di modificare con un colpo di mano. Un po’ come chi pensa che per risolvere il problema Hizbullah basta lasciar fare all’esercito israeliano dovendo sopportare qualche “effetto collaterale”.
Occorre essere consapevoli che l’ipotesi di Panebianco presuppone un contesto che implica alcune questioni….
Troppe deroghe allo stato di diritto (arresto senza mandato, impossibilità ad avere un giusto processo o anche solo la consulenza di un avvocato, torture, violazione della sovranità di altri paesi per effettuare arresti illegali, consegna di prigionieri illegalmente arrestati a paesi che applicano tortura e pena di morte, etc.) pongono il problema di chi o cosa ci proteggerebbe dall’essere considerati terroristi e magari per questo essere prelevati da un commando del servizio segreto X (di un qualsiasi paese Y) mentre andiamo al lavoro. Siamo certi che potendo utilizzare lo strumento della tortura i servizi di sicurezza non finiscano per privilegiarlo rispetto ad altri metodi di indagine, forse meno “immediati” ma sicuramente meno crudeli?
Quanti innocenti pagano prima di beccare il vero jahadista che consente di evitare la strage? Quante Guantanamo, Abu Ghraib, Falluja dobbiamo tollerare per la causa?
Lo stato di diritto può essere considerato anche uno strumento, ma è quello con cui riusciamo a rendere applicabili i valori in cui crediamo. Accettare la tortura o altre violazioni delle libertà individuali (e quindi non si tratta solo di legalità…) non significa apportare una, anche solo temporanea, modifica allo strumento ma vuol dire venir meno ai valori per cui si è costruito lo stato di diritto, e che dovremmo condividere tutti (o quasi). Quindi ancor prima del rispetto dello stato di diritto occorre rispettare i propri valori e la conquista del Diritto Internazionale. In questo senso è auspicabile la rifondazione dell’ONU con caratteristiche che le consentano un ruolo equo, efficace ed autonomo.
Ammetto il dilemma etico, ma questo deve essere risolto nel senso di sperimentare ogni via che rispetta i principi in cui credo, prima di rinunciarvi. Poi è indubbio che il compromesso fra stato di diritto e sicurezza nazionale esista e debba preservare entrambi. Ci sono però molte politiche da sperimentare prima di arrivare alla scelta esistenziale “mors tua vita mea”. Per questo motivo contesto chi, ormai, ha omologato qualsiasi disputa dello scenario internazionale (che sia la Cecenia, Israele, Somalia, etc.) nel trade-off Democrazia-Terrorismo senza mai entrare nel merito di ogni singola questione assumendo una posizione aprioristica. Questo atteggiamento ci allontana dalla soluzione dei problemi. Molti paesi occidentali hanno abbandonato alle prime difficoltà il dialogo (quello vero però, in cui consideri la controparte un tuo pari) con i paesi islamici forse anche per non riconoscere errori del passato (o peggio per non dovervi rimediare). Il dialogo, ovviamente, è accettabile con i paesi non con i terroristi.
Al Terrorismo bisogna togliere il consenso sociale che si è purtroppo guadagnato nel mondo islamico, occorre riflettere su come ciò è avvenuto e su come porvi rimedio. Non credo agli “Stati Canaglia” o ad improbabili “Assi del Male”. Ci sono uomini e donne di buon senso e buona volontà in tutti paesi e bisogna fare in modo che questi abbiano la forza per impedire derive integraliste nei loro rispettivi paesi. E’ opportuno, in ogni caso, evitare di mettere un popolo nella condizione di dover scegliere fra la sua sopravvivenza e la nostra, non conducendo ottuse politiche unilateraliste. Solo vantando una condotta morale integra possiamo sperare di raccogliere quel consenso che consenta di intraprendere soluzioni possibili condivise anche dai paesi islamici. Non sarà rinunciando ai nostri principi che otterremo dei buoni risultati, tali da consentire un futuro dignitoso al maggior numero di persone possibili e non solo a chi NOI riteniamo meritevoli. Altrimenti l’alternativa, evitando di essere ipocriti, sarà “il più forte vincerà e il debole perirà”.
A margine, aggiungo che l’analisi di Panebianco della “vicenda italiana” mi pare sia fatta più con le lenti delle beghe politiche interne piuttosto che con una vera volontà di comprendere il malessere esistente, non solo italiano, nei confronti di uno sgretolamento dei valori insiti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e di politiche cieche alle vere problematiche sociali che il mondo sta vivendo.
NOTA AGG.: il presente post è stato inviato come lettera al Corriere della Serra lo stesso giorno in cui l'ho postato su Splinder. Ad oggi non risulta pubblicato. (02/09/06)

Raccogli ciò che semini!

Possiamo rammaricarci di quanto sta avvenendo in Libano ma non stupirci. Il forte consenso avuto da Hamas alle ultime elezioni palestinesi (le prime senza Arafat) è stato solo uno degli eventi recenti che hanno influito sulla scena mediorientale. L’influenza si è concretizzata nel agevolare le tendenze più estremiste nelle politiche attuate dai diversi attori. Occorre chiedersi: quali dinamiche hanno condotto il popolo palestinese a votare proprio Hamas con forza.?
Sempre a proposito della vittoria di Hamas, per puro dato di cronaca, ci tengo a sottolineare un dato:
dal 25/1 (data delle elezioni palestinesi) al 19/7 sono morti 274 palestinesi e 21 israeliani a causa dell’occupazione in corso. (fonte: Afp)
… giusto per inquadrare al meglio il concetto di proporzionalità.
Se non altro la vittoria di Hamas, o meglio le reazioni che essa ha generato, ha evidenziato la realtà che spesso si finisce per dimenticare: la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono territori occupati. Quindi, il paradosso di voler tenere delle elezioni “libere” in un paese occupato non può che generare un “mostro”: la scelta del partito meno democratico a disposizione dell’elettore. Come non definire Hamas un “mostro” che, se da un lato, con la sua organizzazione, rappresenta spesso l’unico sostegno per molte famiglie palestinesi, dall’altro attua una politica di resistenza vigliacca attraverso i cd kamikaze in una cornice di integralismo islamico.
Le reazioni di Israele, e di buona parte della cd comunità internazionale (USA e Europa), sono state molto misurate. Di rispettare la volontà degli elettori ovviamente non se ne parlava…
Così:
1) recrudescenza della burocrazia repressiva (mancata o ritardata concessione di permessi obbligatori, blocchi stradali, etc.) e dei famosi attacchi mirati e chirurgici (“che poi così chirurgici non sono mai”…);
2) sospesa la retrocessione delle risorse derivanti dai dazi e dalle imposte prodotto dalle attività palestinesi ed esatte dagli israeliani (in quanto occupanti);
3) blocco degli aiuti economici diretti alla ANP, da parte degli Usa prima e dell’Unione Europea poi, finché Hamas non riconoscerà lo stato di Israele.
Ma come si può chiedere ad una forza di resistenza di accettare il suo nemico occupante? L’OLP ha dimostrato il fallimento della trasformazione di una forza che era di resistenza in una forza di governo (corrotta ed inefficiente) pronta a negoziare con il suo occupante. Si chiede forse ad Hamas di commettere lo stesso errore? Bisogna togliere ad Hamas la sua rappresentatività delle istanze palestinesi se si vuole combattere Hamas ed evitare di umiliare il popolo palestinese. Solo andando alla radice dei problemi si può far ciò. Bisogna che i palestinesi considerino gli israeliani loro pari, e viceversa. Siccome però in questo momento la “forza” politica, economica e militare è nelle mani degli Israeliani sono questi ad aver il maggior onere di responsabilità e buon senso.
La forza di resistenza si scioglierà solo quando l’occupazione sarà finita. Sino a che non si raggiungerà un accordo territoriale non ci sarà pace, un accordo che dovrà essere condiviso, ovviamente, dalla maggioranza dei due popoli. Frange che non accetteranno gli accordi ci saranno sempre, ma occorre procedere comunque con il consenso della maggioranza.
Solo allora si potranno tenere elezioni veramente libere in cui i palestinesi potranno scegliere le forze politiche che gli consentiranno forse un futuro almeno decente (magari non subito normale) e non solo un futuro di rabbia e disperazione (l’unico che può garantire Hamas).
Esiste la necessità di comprendere le difficoltà di entrambe le parti. Prendere ogni giorno un pullman con la paura di morire in qualche modo condiziona il tuo modo di vivere e di pensare. Ma anche vivere in un campo profughi ha dei riflessi sul tuo modo di vivere e di pensare. E per quanto riguarda gli altri…sarebbe meglio controllare o reprimere l’istinto di schierarsi ad ogni costo, istinto che comunque non dovrebbe prevalere sulla necessità di capire. Gli “occidentali” dovrebbero anche, per esempio, liberarsi dall’idea che appartenga agli arabi il monopolio degli errori.
Come ha detto bene Ugo Tramballi sul Sole24Ore qualche tempo fa “il conflitto è ormai così lungo che entrambi hanno avuto la possibilità di essere stati dalla parte della ragione e del torto, carnefici e vittime. Ed è come se, di fronte alla monumentalità storica del conflitto, si accontentassero di godere della loro parte di ragione”. Interrompere questo circolo vizioso è indispensabile.
A coloro che chiedono, giustamente, la liberazione dei soldati israeliani rapiti li invito anche a ricordare il 14 marzo di quest’anno ed ad agire di conseguenza nei confronti di Israele. Quel giorno l’esercito israeliano ha assediato la prigione di Gerico in Cisgiordania (che non è Israele) per catturare alcuni attivisti “accusati” di crimini contro gli israeliani, minacciando di morte chi non si arrendeva (ricordate le foto di quei palestinesi in mutande con le mani alzate?). E un po’ come se dei soldati americani venissero in Italia, senza chiedere il permesso, ad arrestare qualcuno che ritengono colpevole di crimini nei loro confronti…(ops..).
Continuo a chiedermi: deve venire prima il diritto degli israeliani a difendersi o il diritto dei palestinesi a resistere all’occupante? Non c’è soluzione a questo trade-off ma solo morti.
Un altro processo in corso che può essere certamente considerato causa della situazione attuale è la tensione in corso fra Stati Uniti e Iran per la questione nucleare. D’altra parte, se già storiche democrazie preservatrici della Pace mondiale come Pakistan, India, Israele e Russia hanno una tecnologia ed armamenti nucleari perché mai non dovrebbe averli l’Iran …?
Ovviamente non bisogna dimenticare il solito classico contesto dello scacchiere energetico.
E come se la confusione e la tensione non fossero già alte abbastanza ci volevano solo più gli Hezbollah …che rischiano di trasformare quelli che erano “conflitti locali” (Iraq, Palestina, Iran,…) in un unico grande ed equivoco scontro di civiltà. Orribile. Finiscono per fare la volontà di chi ha tutto l’interesse a tenere lontani sciiti da sunniti ed arabi da occidentali.
Anche per me, di primo acchito, è più facile vedere un fratello in un israeliano piuttosto che in un arabo. Ma bisogna superare l’istintiva diffidenza verso ciò che ci sembra troppo diverso.
Condividere e convivere vicino alle differenze finisce per diminuire le distanze. Lavorare per la tolleranza credendo sia possibile la convivenza fra le diverse culture (che poi così diverse non sono mai…) è l’unica scelta ragionevole per l’uomo di oggi e di domani. Mentre se si sceglie l’intolleranza e la volontà di supremazia i morti e i danni saranno ancora molti. Non ci sono falsi fratelli da cui difendersi ma ci sono molti fratelli da comprendere, conoscere. Facciamolo senza pregiudizi.

martedì, maggio 09, 2006

EGALITE' (sua irrinunciabilità)

Il principio di uguaglianza è irrinunciabile, salvo accettare una prospettiva di regimi dittatoriali od oligarchici (magari anche apparentemente pseudo-democratici).
Una volta abbandonato il principio di uguaglianza fra gli uomini si deve, di conseguenza, accettare l’eventualità che si possa identificare una classe di “migliori” parte del tutto. Se non c’è uguaglianza (intesa con riferimento ai diritti, alla possibilità di accesso alle risorse disponibili e alla possibilità di espressione) non si può escludere di trovarsi nella contingenza che i “migliori” si arroghino il diritto di appropriarsi delle non illimitate (anzi scarse) risorse disponibili e di quanto altro ritengano opportuno. Tutto ciò in virtù delle “qualità” superiori che gli stessi vantano e potrebbero imporre anche con la forza. Con queste premesse non si potrebbe neanche eccepire un principio di equità perché sarebbe facilmente strumentalizzato nel senso: “è equo che le risorse e le prerogative siano a disposizione delle forze migliori della popolazione”. Quale tutela rimarrebbe allora a chi non appartenesse agli “eletti” (o auto-eletti)? L’elemosina e la magnanimità della classe dominante?
I riflessi politici in concreto dell’accettabilità del principio sono notevoli. Non ci dovrebbero essere, per esempio, Nazioni che possano imporre una loro superiorità (storica, economica, religiosa, culturale…) ma si dovrebbe semmai instaurare un rapporto di collaborazione multilaterale per la ricerca di principi comuni ed impegnarsi per farli rispettare. Il condizionale è purtroppo d’obbligo se si vuole avere un minimo di senso della realtà.
L’unico limite al principio di uguaglianza io lo vedo solo nel rispetto del principio di responsabilità. Ossia: non c’è giusta e piena uguaglianza senza responsabilità nei confronti delle prerogative degli altri (intesi anche come generazioni future).
Per chiarezza: uguali nei diritti e nelle possibilità non nei modi di essere e di esprimersi.

mercoledì, aprile 26, 2006

ELOGIO DELLA GLOBALIZZAZIONE

La globalizzazione del mondo inizia probabilmente con il primo contatto fra due uomini(/donne) cioè con il primo tentativo di stabilire un rapporto, uno scambio su una base comune che consentisse una comprensione reciproca.
A suo tempo, a livello locale, le diverse comunità hanno intrapreso il loro inconsapevole cammino verso la globalizzazione, influenzate nel loro sviluppo da fattori specifici (clima, risorse disponibili, dinamiche sociali ed altri elementi contingenti). Progressivamente le comunità si sono ingrandite diventando sistemi sempre più complessi. Nascono le arti, le scienze e le religioni.
La necessità e le aspirazioni umane hanno spinto poi le diverse comunità ad unirsi o a combattersi e, comunque, a “contaminarsi” (con accezione positiva). Il modo in cui avviene la contaminazione non è ininfluente. La distruzione di una comunità e della sua cultura (peggio se ciò accade ad una civiltà) non è un fattore positivo per la globalizzazione, come non lo è imporre una cultura unica perché ne compromette la qualità (intesa come ricchezza culturale). Così ad esempio l’atteggiamento “tollerante” dell’imperatore persiano Ciro, teso a non imporre la sua cultura, la sua religione ma pronto a preservare ciò che di utile e buono i diversi popoli offrivano, nei confronti dei paesi e dei popoli da lui sottomessi ha fatto della Mesopotamia di allora (500-550 a.c.) un ambiente propizio alla contaminazione di culture. Ma aveva ancora il difetto di essere una cultura per pochi e a beneficio di pochi, gran parte del popolo rimase infatti sostanzialmente escluso dalla possibilità di accedere alla conoscenza. D’altra parte, non potremo mai sapere cosa abbiamo perduto quando i “conquistadores” spagnoli sterminarono sia il popolo che la cultura Maya.
Contaminazione significa accettare, della cultura con cui si viene in contatto (più o meno consapevolmente e/o volontariamente), gli aspetti che si considerano migliorativi rispetto alla situazione precedente. Facile la contaminazione quando il miglioramento deriva da un idea completamente nuova per chi la riceve, più complessa quando viene ad intaccare la “tradizione” esistente, serve in questo caso necessariamente del tempo. Ci vuole, infatti, del tempo affinché un processo di integrazione culturale si completi, dovendo questo far fronte a resistenze progressivamente più forti tanto più si va ad incidere sulla quotidianità e su quei valori che consentono di mantenere coesa una comunità.
Ed è qui che la Storia degli uomini si complica. Sino ad un certo punto della linea del tempo la zona Eurasiatica si contraddistingue per una competizione relativamente equilibrata fra civiltà (egizia, ebraica, fenicia, ellenica, romana, indiana, arabo-musulmana, cinese, bizantina, etc.) in cui potere economico, politico, militare e religioso viaggiano sostanzialmente di pari passo fra loro e con lo sviluppo delle arti e delle scienze. Poi però, in quello che si chiamerà Occidente, si incrina l’equilibrio al punto che il potere economico, spinto da un forte progresso tecnico-scientifico, accelera a scapito degli altri poteri; ma anche a scapito di una più inevitabilmente lenta divulgazione della cultura ai vari strati della popolazione e del suo sviluppo complessivo. E così che Colonialismo, Liberismo e Capitalismo si affermano ben prima di Alfabetizzazione, Democrazia, Giustizia Sociale e Progresso sostenibile. Il superamento della società strutturata per caste, tipica del periodo pre-rinascimentale, verso una società aperta ha notevolmente aumentato la complessità del sistema e quindi la sua gestione.
Il potere economico ha così sostituito gli altri tre poteri (politico, religioso e militare) nel determinare il controllo/condizionamento della quotidianità umana. Anzi, non credo sia esagerato dire che in alcuni momenti i tre poteri siano diventati strumentali al primo. La prevalenza delle tematiche economiche su quelle di tipo socio-culturale è risultata ancor più evidente e pervasiva nell’ultimo trentennio; grazie anche alla liberalizzazione incontrollata dei flussi di capitale e alle deregulation finanziarie. Ad esempio si può affermare che i principi neoliberisti, non a caso, sono i primi ad aver raggiunto una diffusione realmente globale. Non esiste paese al mondo che direttamente o indirettamente non sia consapevolmente influenzato dalle “regole del libero mercato” ad ogni costo. La diffusione può essere paragonata per intensità solo alla generalizzata violazione dei più elementari diritti umani.
Con quanto sin qui sostenuto non si vuole negare che, sino ad oggi, quello che viene generalmente chiamato modello Occidentale sia stato l’unico a generare un ampio benessere, concretizzatosi nella nascita della c.d. “classe media”. Sistema però che sembra evidenziare sintomi di criticità crescente forse proprio perché riemergono con forza i problemi e le contraddizioni lasciate nel tempo senza soluzione e riconducibili a disequilibri non sanati./Si obietterà inoltre che in Occidente il disequilibrio fra sviluppo economico e sviluppo socio-culturale è stato, apparentemente, più contenuto. Vero. Ma a scapito di chi? Proviamo a pensare al prezzo pagato dai paesi che gli occidentali hanno definito “sottosviluppati” (o più generosamente “in via di sviluppo”). Abbiamo così assistito alla parabola della politica egemonica europea che espropriava le sue colonie delle risorse utili ad alimentare l’inesauribile necessità di crescita economica. Il Novecento ha visto poi emergere l’egemonia statunitense che oltre a volersi garantire un adeguato afflusso di risorse (intese sempre come materie prime ma anche come risorse umane qualificate) si è affinata creando le condizioni per costituire nel mondo un numero adeguato di mercati di sbocco sufficiente a sostenere il suo sistema produttivo e quindi il suo tenore di vita (il cd “stile di vita americano”).
Credo anche non sia corretto affermare che dopo l’11 Settembre 2001 la Politica si sia riappropriata del suo primato sull’Economia. Perché nei fatti ogni scelta politica (compiuta dai più influenti player mondiali) ha avuto alla sua base, da quel dì come prima, un obiettivo di tipo economico o peggio ha soggiaciuto ad un ordine di priorità prettamente economiche (si pensi alle questioni legate alle risorse energetiche), benché il tutto sia stato spesso schermato da una propaganda diversiva. E’, piuttosto, verosimile sostenere che stiamo assistendo al diffondersi in diversi strati sociali (e in diversi luoghi non casuali) della consapevolezza dei limiti che una globalizzazione univocamente determinata su base economica porta a subire costi sociali elevati (spesso insostenibili).
La prima fase della globalizzazione (intesa come integrazione cultura equilibrata) può dirsi compiuta solo quando la gran parte dei cittadini del mondo, che appartengono a tutti i paesi del mondo, prendono coscienza di essere soggetti più o meno attivi di un processo globalizzante. La comune coscienza del processo in atto dovrebbe consentire il formarsi di una ampia base di consenso per la costituzione di istituzioni globali basate su principi riconosciuti erga omnes. Quindi dovremmo assistere alla formazione consapevole di un’identità globale che prevale sulle identità nazionali (le quali non dovrebbero essere necessariamente dimenticate). Sarebbe comunque un processo di tipo bottom-up (dall’individuo alle istituzioni , oppure individuo > opinione pubblica-movimenti popolari > istituzioni).
Sino ad oggi però si contano poche istituzioni globali (o parzialmente tali) in grado di adottare politiche che influenzano direttamente o indirettamente la vita di quasi tutti i cittadini del mondo. Tra queste le tre più importanti sono il Fondo Monetario Internazionale (FMI), le Nazioni Unite (ONU), l’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO) e gli Stati Uniti (già!!).

(...continua)

CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO (4)

Volendo ricercare le principali cause che portarono al conflitto israelo-palestinese del 1948 e ai fatti che seguirono mi verrebbe da proporre le seguenti:

1) La causa comune che ha portato molti ebrei, nei primi anni del Novecento, a vedere nella Palestina il loro unico futuro è sicuramente il diffuso antisemitismo presente in Europa (Russia compresa). Le principali direttrici di emigrazione degli ebrei europei furono in quel periodo gli Stati Uniti e la Palestina. Ma mentre i primi avevano un chiara politica di accoglienza (almeno sino ad un certo punto) si può invece affermare che gli ebrei arrivarono in Palestina in un contesto di “assenza“ di una qualsiasi politica di accoglienza come del suo contrario (anche perché i centri di comando, a Costantinopoli, erano lontani e avevano nei fatti uno scarso controllo). Non a caso la resistenza all’immigrazione ebraica in Palestina ha avuto un rilievo “sociale” (insofferenze delle popolazioni arabe soprattutto dei villaggi) che non ha trovato alcuno sfogo “politico”, e forse anche per questo ha finito per generare manifestazioni di violenza.
La situazione muta a sfavore dell’emigrazione ebraica a partire dagli anni ’30. Gli Usa, colpiti da un forte crisi economica, irrigidiscono notevolmente la regolamentazione sull’immigrazione (forti oneri burocratici e istituzione di quote annuali molto limitate per l’Europa continentale). Gli inglesi in Palestina introducono forti limiti all’acquisto di terreni da parte degli ebrei nonché al loro insediamento (vedi i vari Libri Bianchi). Ma mentre nel caso degli Usa non risultano prove di immigrazione clandestina di rilievo altrettanto non si può dire per la Palestina (dal 1929 al 1940 risultano comunque immigrati in Palestina circa 270 mila ebrei jewishvirtuallibrary.org/jsource/Immigration/palims.html).
Vi era quindi la volontà politica (anche se non chiaramente espressa e spesso portata avanti in modo contraddittorio) di alcune potenze internazionali che andava nella direzione dell’appoggio, in vari momenti ed in varia misura, della costituzione di colonie ebraiche in Palestina, o almeno non vi era opposizione. Credo si possa affermare che nel periodo 1930-1948 agli ebrei dell’Europa continentale risultò difficile lasciare la stessa per mancanza di approdi rimanendogli la Palestina come unica (in quanto più “ragionevole”) meta di fuga dai nazi-fascisti.

2) La mancanza di unità fra i popoli arabi alla caduta dell’Impero Ottomano e la loro incapacità di portare avanti un progetto alternativo alla colonizzazione attuata da francesi ed inglesi ha sicuramente inciso. La relativa marginalità della terra di Palestina, negli interessi degli attori arabi attivi in quel momento, contribuisce a creare quel vuoto di potere che consente agli ebrei di portare avanti il loro progetto senza grossi ostacoli. Anche dopo il ’48 l’intervento dei paesi arabi è disunito, teso più ad affermare la presunta superiorità di qualcuno di essi piuttosto che portare avanti un progetto politico (e territoriale) definito.

3) Il modo in cui l’Impero Britannico si sfalda progressivamente a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Nei fatti gli inglesi abbandonano progressivamente le loro colonie al loro destino nel momento in cui si rendono conto che il costo (politico, diplomatico, militare ed economico) sostenuto per mantenerle tali supera il vantaggio che ne ricavano. C’è inoltre da aggiungere che gli Stati Uniti, almeno inizialmente, sostituiscono la presenza inglese in altri punti strategici del globo ma non in Palestina (a cui però non riconoscono neanche quel diritto all’autodeterminazione di wilsoniana formulazione). Non credo sia sbagliato dire che fra il 1915 e il 1948 la Palestina ha in apparenza troppi padroni ma finisce per non averne nessuno in grado di rappresentare una reale autorità di governo.

4) La forte motivazione e determinazione con cui gli ebrei-sionisti portano avanti il loro progetto a tutti i livelli (locale e internazionale) superando non poche difficoltà e periodi storici non propriamente “facili”. Si pensi, ad esempio, al ruolo svolto dal Fondo Nazionale Ebraico e dall’Agenzia Ebraica già molto prima che si arrivasse al ‘48. Tutta questa determinazione insieme alla indecisione, impreparazione, impotenza e opportunismo degli altri attori costituiscono le premesse della “politica del fatto compiuto” che gli israeliani portano avanti dal 1948 in poi. Gli ebrei volevano un loro Stato e questo doveva essere la Palestina; hanno lottato per questo, per creare qualcosa che non c’era dove qualcosa già c’era (anche se meno organizzato, meno omogeneo, etc.). La lotta comporta inevitabilmente vittime (chi perde).

Ma insieme al progetto legittimo di costituzione dello Stato ebraico forse bisognava anche preoccuparsi delle ricadute che questo avrebbe avuto. Ad oggi la situazione è ancora sostanzialmente “irrisolta” è la responsabilità risiede nella cattiva volontà di molti.

CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO (3)

PRIMA DEL 1948 (Seconda Parte)
Un vero progetto di autodeterminazione non fu preferito (anzi neppure considerato) anche perché i britannici avevano ormai intrapreso un percorso politico che tendeva a privilegiare la parte sionista rispetto a quella araba. C’erano motivi di opportunità strategica (da un punto di vista coloniale e di confronto con le altre potenze, soprattutto Francia e Germania) e motivi di maggior prossimità culturale (oggi si direbbe più “occidentale”). Dimostrazione della scelta fatta è il contenuto del Mandato del 1922 (vedi ad es. articoli 2, 4, 6, 9) che riprende nella sostanza la dichiarazione Balfour dandogli in più un riconoscimento internazionale attraverso l’avallo della Società delle Nazioni (che aveva ben poco a che vedere con l’ONU di oggi e ancor meno con un’auspicabile Organizzazione Internazionale che sostenga dei valori democratici) e riconoscendo come unico riferimento politico l’Agenzia Ebraica.Voler imporre però una soluzione lontana dalla realtà normalmente crea tensioni o veri e propri conflitti. Il caso della Palestina fra le due guerre mondiali non costituisce un’eccezione. Le ondate migratorie di ebrei in Palestina (anche per il modo in cui queste si sono concretizzate) in quel periodo hanno generato reazioni anche ingiuste da parte degli arabi. Occorre ricordare che gli ebrei allora immigravano in Palestina perché fuggivano da un’Europa in cui dilagava l’antisemitismo. Serve ricordarlo perché il contesto in cui avvengono i fatti non è costituito solo da elementi di natura estranea al soggetto principale del quadro ma ne costituisce semmai la fonte degli elementi caratterizzanti. Le tensioni fra arabi ed ebrei nel complesso (il che vuol dire non sempre, non in modo univoco) aumentarono sino al conflitto del 1947-48 anche perché il progetto di immigrazione sionista non si arrestò, non si limitò, e soprattutto non ebbe nessuna caratteristica di ricerca di una qualsiasi integrazione con la comunità araba ESISTENTE. Il disegno politico che portò alla proclamazione dello Stato d’Israele non può essere considerato una colpa. Fu una scelta, e in quanto tale comportò delle conseguenze visibili ancor oggi.

FOSFORO BIANCO

Premessa:
Qualunque sia la verità (è stato usato o no dall’esercito statunitense il fosforo bianco come arma contro civili, soldati o terroristi?).
Le massime autorità politiche statunitensi hanno l’obbligo morale di giustificare ogni singola immagine ed ogni singola dichiarazione che il servizio di RaiNews24 ha utilizzato.
(vedi http://www.rainews24.rai.it/ran24/inchiesta/body.asp)

Non basta un generico (siamo al 09/11):
Sostenere che le forze statunitensi abbiano usato il fosforo bianco contro obiettivi umani nell'Operazione Al Fajr è semplicemente sbagliato. Le forze statunitensi usano il fosforo bianco come fumogeno o per segnare gli obiettivi. Contrariamente alla presentazione offerta dal documentario, il fosforo bianco non è fuorilegge o illegale o bandito da alcuna convenzione quando viene usato in questo modo.

(http://www.usembassy.it/viewer/article.asp?article=/file2005_11/alia/a5110909it.htm)

Non basta questa semi-smentita quando la deposizione forzata di Saddam Hussein, con l’uso di un’imponente forza militare dispiegata sul territorio dell’Iraq, è stata giustificata dalla sua presunta disponibilità di armi chimiche.
Non basta perché gli Stati Uniti hanno sottoscritto quasi tutte le Convenzioni di Ginevra che vietano espressamente l’uso di armi contro i civili in modo indiscriminato.
Non basta perché il popolo americano non merita di essere macchiato da un simile dubbio.
Non basta perché, se il servizio dice il vero, sono stati uccisi degli esseri umani in modo orribile.
Cosa è sbagliato e cosa è falso?
Questo deve essere chiarito per ogni singola dichiarazione, per ogni singola immagine e per ogni singolo dubbio.
Anche la parziale spiegazione emersa il 16/11 non può essere considerata sufficiente.
In un articolo del Guardian un ufficiale americano afferma che il fosforo bianco è stato sì usato ma in modo legittimo come “obsurants, for smokescreens or target marking” e che è comunque un’arma incendiaria che può essere utilizzata contro “enemy combatants” (utilizzata a Falluja).
(vedi www.guardian.co.uk/usa/story/0,12271,1643681,00.html)

Utili precisazioni:
A) Il III° protocollo della Convenzione del ottobre 1980 (0.515.091) sul “divieto o limitazione dell’impiego di armi incendiarie” all’articolo 1 dice:
“Si intende per qualsiasi arma o munizione essenzialmente concepita per dare fuoco a oggetti o per provocare ustioni a persone mediante l’azione della fiamma, del calore o di una combinazione di fiamma e di calore, sprigionata dalla reazione chimica di una sostanza lanciata sul bersaglio:
a) (...)
b) le armi incendiarie non comprendono:
1. le munizioni che possono produrre effetti incendiari fortuiti, ad esempio le munizioni illuminanti, traccianti, fumogene, o sistemi di segnalamento;
2. le munizioni concepite per combinare effetti di penetrazione, spostamento d’aria o frammentazione con un effetto incendiario ad esempio, proiettili perforanti, granate a frammentazione, bombe esplosive e munizioni similari dagli effetti combinati, in cui l’effetto incendiario non ha specificamente lo scopo di provocare ustioni a persone, ma è destinato ad essere utilizzato contro obiettivi militari, ad esempio veicoli blindati, aeromobili, installazioni o mezzi di supporto logistico.
Si intende per una concentrazione di civile sia essa permanente o temporanea, quale esiste nelle parti abitate della città , o nei paesi o villaggi abitati, o come quella costituita da campi o colonne di profughi o evacuati, o da gruppi di nomadi.
(…)
L’articolo 2 (Protezione dei civili e dei beni di carattere civile) afferma quindi:
E’ vietato in qualsiasi circostanza di attaccare con armi incendiarie la popolazione civile in quanto tale, i civili isolati o beni di carattere civile.
(…)
E’ vietato inoltre di attaccare con armi incendiarie non lanciate da un aeromobile un obiettivo militare sito all’interno di una concentrazione di civili, salvo nel caso che il detto obiettivo sia nettamente separato dalla concentrazione di civili e quando siano state prese tutte le precauzioni possibili per limitare all’obiettivo gli effetti incendiari, e per evitare e, in ogni caso, rendere minime, le perdite incidentali di vite umane fra la popolazione civile, le ferite che potrebbero essere causate ai civili e i danni provocati ai beni di carattere civile.

Risulta evidente che: affinché il fosforo bianco sia considerato una arma incendiaria vietata occorre valutarne le modalità di utilizzato (quindi non è sempre e in ogni caso un’arma legittima). Ed in particolare, se viene utilizzato per provocare ustioni alle persone in modo non fortuito ma intenzionale credo si possa considerare un’arma chimico-incendiaria impropria.
Non vi è dubbio invece sul fatto che Falluja debba essere considerato una “concentrazione di civili”.
La medesima Convenzione nelle sue premesse (che valgono per tutti i Protocolli non solo per il terzo) dice che:
Basandosi sul principio del diritto internazionale secondo cui il diritto delle Parti di un conflitto armato nella scelta dei mezzi e dei metodi di guerra non è illimitato, e sul principio che vieta di impiegare nei conflitti armati armi, proiettili e materie nonché metodi di guerra capaci di provocare mali superflui,
(…)
Confermando la loro determinazione, secondo cui, nei casi non previsti dalla presente Convenzione e dai Protocolli allegati o da altri accordi internazionali, le persone civili e i combattenti restano, in ogni momento, sotto la salvaguardia e l’impero dei principi del diritto delle genti, quali risultano dagli usi stabiliti, dai principi di umanità e dalle esigenze della coscienza pubblica (ndr: questa è la c.d. clausola Martens presente in tutte le Conv. di Ginevra).
Detta Convenzione è entrata in vigore per gli Stati Uniti il 24 settembre 1995 con l’eccezione però proprio del Terzo Protocollo. Ma non credo che gli Usa si nascondano dietro questa mancanza (peraltro poco comprensibile) anche perché fra le tante Convenzioni che hanno sottoscritto vi è la c.d. IV Convenzione di Ginevra (Per la protezione delle persone civili in tempo di guerra – 0.518.51). Di quest’ultima ricordo due articoli:
Art.32 Le Alte Parti contraenti considerano esplicitamente come proibita qualsiasi misura atta a cagionare sia sofferenze fisiche, sia lo sterminio delle persone protette in loro potere. Questo divieto concerne non solo l’assassinio, la tortura, le pene corporali, le mutilazioni e gli esperimenti medici o scientifici non richiesti dalla cura medica di una persona protetta, ma anche qualsiasi altra brutalità, sia essa compiuta da agenti civili o da agenti militari.
Art.33 (…) Sono proibite le misure di rappresaglia nei confronti delle persone protette e dei loro beni.
A ulteriore sostegno della clausola Martens sopra riportata (che è generalmente considerata jus cogens) si ricorda l’articolo 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia:
1. La Corte, cui è affidata la missione di regolare conformemente al diritto internazionale le divergenze che le sono sottoposte, applica:
a. le convenzioni internazionali, generali o speciali, che istituiscono delle regole espressamente riconosciute dagli Stati in lite;
b. la consuetudine internazionale che attesta una pratica generale accettata come diritto;
c. i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili;
d. con riserva della disposizione dell’articolo 59, le decisioni giudiziarie e la dottrina degli autori più autorevoli delle varie nazioni, come mezzi ausiliari per determinare le norme giuridiche.
2. La presente disposizione non pregiudica la facoltà della Corte di statuire ex aequo et bono se le parti vi consentono.
Forse gli Stati Uniti non sono più usi a rispettare i principi di umanità e la coscienza pubblica internazionale? (portare come scusa la non sottoscrizione di un Protocollo potrebbe far pensare di sì…)
La clausola Martens è importante proprio perché nega l’assunto secondo cui “se non c’è legge non c’è limite” nelle azioni che si compiono.

Conclusioni:
Ritengo quindi sia utile a tutti la formazione di una “Commissione internazionale di accertamento dei fatti” ex articolo 90 del I° Protocollo aggiuntivo alle Conv. di Ginevra (0.518.521). Specifico che anche questo Protocollo non è stato ratificato dagli Stati Uniti (ma da altri 150 e più Stati che costituiscono già una discreta coscienza pubblica internazionale, mi pare).
Non è sufficiente, secondo me, una commissione di inchiesta irachena perché rimarrebbe il dubbio della sua imparzialità, considerato che continua essere un territorio occupato da forze straniere.
L’ambito di accertamento credo debba essere esteso a tutto il periodo del conflitto perché sono emerse altre zone d’ombra che ritengo sia nell’interesse di tutti illuminare.
Occorre verificare il rispetto dei principi base del diritto umanitario internazionale da tutte le forze in campo in Iraq. Mi riferisco in particolare ai principi di umanità (non causare sofferenze inutili), di distinzione (divieto di comportamenti che non discriminano fra civili e militari) e di proporzionalità (fra necessità militari ed esigenze umanitarie).
Un auspicio: mi auguro che un Conferenza Internazionale intervenga anche per fornire regole certe nella conduzione della guerra al Terrorismo affinché si possano sempre garantire alcuni diritti fondamentali a tutti. Ma soprattutto perché si tolga di mezzo la sovrapposizione-confusione dissenso uguale Terrorismo (ma anche il viceversa, nel senso che non deve più esserci qualcuno che si possa nascondere dietro lo schermo del dissenso mentre compie atti di Terrorismo).

“Soldati, bisogna uscire da questa lotta, non solo vittoriosi, ma anche senza rimproveri; bisogna che si dica di voi: hanno combattuto valorosamente, quando era necessario, ma si sono mostrati dappertutto umani e generosi…Colui che porta la mano su una persona inoffensiva si disonora ed imbratta la sua bandiera”
Guillaume-Henri Dufour – Primo Presidente del CICR (1863-1864)

CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO (2)
Prima del 1948

Possiamo considerare come periodo spartiacque del conflitto israelo-palestinese gli anni che vanno dal 1947 al 1949. Ad allora risale la nascita dell’autoproclamato Stato di Israele (14 maggio 1948) con le conseguenti azioni e reazioni che questa ha comportato.

Il 9 dicembre 1917 l’esercito britannico occupa Gerusalemme e nel giro di un anno mette definitivamente fine all’Impero Ottomano in terra palestinese. Prima di allora esistevano quindi provincie e sottoprovince (sangiaccati come Nablus, Gerusalemme e Akko) che erano tenute a pagare tributi ed eventualmente fornire soldati all’Impero Turco. I singoli villaggi erano amministrati da clan mentre le città, realtà necessariamente più complesse ed articolate, erano governate dai cosiddetti “notabili” (rappresentati delle famiglie-clan più influenti).
Dopo la Guerra di Crimea del 1856, che ridimensionò il potere effettivo dell’impero ottomano, gli interessi e la presenza di Stati europei in Palestina aumentarono progressivamente. Inizialmente arrivarono dall’Europa imprenditori, missionari o semplici emigranti in cerca di fortuna ma pian piano che gli interessi aumentarono crebbe la necessità che questi venissero difesi. In quel periodo arrivarono i primi ebrei (1882?) e anche se alcuni di questi portavano con sé l’idea di “Eretz Yisra’el” i più giungevano in terra di Palestina per fuggire a un dilagante antisemitismo (che contagiava gran parte dell’Europa compresa la Russia).
Si inserisca poi il tutto in un contesto in cui il colonialismo europeo la faceva da padrone, soprattutto dal punto di vista economico. I processi economici di stampo capitalisco-coloniale furono i primi a modificare le terre palestinesi, trasformando un economia agricolo-autarchica in una agricolo-coloniale (nel senso che ora gran parte di ciò che veniva prodotto era indirizzato alle grandi città o all’estero mentre prima solo il surplus era commerciato e solo a livello locale).
La fine della Prima Guerra Mondiale assegnò, temporaneamente, all’influenza anglo-francese le vecchie province ottomane. I più interessati ed influenti sono sicuramente i britannici (Suez non è molto lontana da Gerusalemme…) che prima e dopo il primo conflitto mondiale praticano una politica apparentemente contradditoria. Come non definire contraddittorie fra loro la Dichiarazione Balfour (favorevole agli ebrei), l’accordo (di spartizione) Sykes-Picot , la corrispondenza con ibn ‘Ali al-Husain e il libro bianco del 1939 (favorevole agli arabi palestinesi)?
L’accusa più fondata che può, forse, essere mossa nei confronti dell’allora Impero Britannico e della comunità internazionale (concetto alquanto “confuso” oggi figuriamoci allora…) è quella di non aver rispettato, promosso e difeso un progetto di AUTODETERMINAZIONE del popolo che allora viveva in Palestina. Certo sostenere un simile progetto avrebbe significato rinnegare la Dichiarazione Balfour; sarebbe interessante capire quanto questo fosse allora politicamente possibile (ma sarebbe anche un esercizio alquanto sterile).
Nel periodo del Mandato britannico gli abitanti furono classificati ed enumerati in base alla loro religione (metodo che denunciava già notevoli pregiudizi): su circa 800 mila persone 650 mila erano mussulmane, 80 mila cristiane e 60 mila ebree (siamo intorno agli anni Venti del Novecento).

http://www.jerusalem.muni.il/imagedb/2112113145.jpg

Un errore, o una mancanza, principale che probabilmente determinò lo sfaldamento della comunità araba di Palestina fu la sua incapacità di riconoscersi come un popolo con un’identità propria, una cultura autonoma e una sua terra. Come spesso accade scoprì l’importanza questi valori troppo tardi, e cioè quando ormai aveva perso buona parte di essi (soprattutto perse il luogo dove cultura e identità avrebbero potuto avere la possibilità di crescere). A questa comunità mancò anche e soprattutto una guida; i “notabili” non seppero costruire una politica efficace per il loro popolo ed anzi molti di loro lo abbandonarono al suo destino alla prima tempesta. Forse gli arabi non ebbero nemmeno il tempo di prendere coscienza della loro identità. Anche gli inglese non riuscirono a riconoscere fra i palestinesi, probabilmente a causa dei tipici pregiudizi che caratterizzano i colonizzatori, un referente politico valido.
All’opposto gli ebrei (soprattutto i sionisti) avevano una leadership ben definita che sapeva cosa voleva e come ottenerlo, al punto che già durante il Mandato crearono delle istituzioni ombra operative, riconosciute e già in grado di giocare un ruolo politico a livello internazionale (come l’Agenzia ebraica).

CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO (1)

Voglio approfondire la conoscenza del conflitto israelo-palestinese. Quindi alcuni dei prossimi post saranno miei appunti su questo tema che rappresenteranno le premesse da cui far derivare qualche riflessione utile in merito.
Inizialmente mi concentrerei sulle origini del conflitto che possono essere fatte risalire agli anni seguenti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sinteticamente, sino ad oggi, avevo sedimentato nella mia memoria il ricordo che gli Inglesi, alla fine del conflitto mondiale, “diedero” la Palestina al popolo ebraico vittima di terribili persecuzioni senza tanti riguardi per chi in quella terra già viveva. Vedremo quanto questa superficiale convinzione sia errata.
Sarà interessante capire a chi apparteneva la Palestina allora ma anche quali confini aveva e se era considerata un’entità autonoma (con delle istituzioni riconosciute e funzionanti anche se magari non democratiche). Ciò purtroppo ci potrebbe portare alla conclusione, in un certo senso crudelmente banale, che il tutto si riduce a due popoli (o popolazioni?) di cultura troppo diversa che volevano, vogliono e vorranno avere solo per sé lo stesso fazzoletto di terra. Un esproprio rallentato solo da una vittimistica inerzia-resistenza? Certo la Palestina (e soprattutto Gerusalemme) non è una pezzo di terra qualsiasi ma rappresenta il crocevia storico di alcune fra le più diffuse culture (scientifiche, filosofiche, religiose etc..) che il mondo conosca. Per questo motivo considero l’analisi del conflitto israelo-palestinese un’ottima cartina di tornasole delle contraddizioni che il nostro GlobalWorld presenta. In un certo senso, penso che errate politiche di alcuni dei governi più influenti, nei diversi periodi storici, hanno spesso prodotto in terra israelo-palestinese un certo numero di vittime (morti, orfani, sfollati, profughi, disoccupati, etc.); non come effetto diretto ma come una delle tante conseguenze che una decisione comporta. Ad esempio, la politica coloniale inglese (attuata durante il c.d. Mandato Britannico) ha prodotto un mostro a due teste con tendenze suicide, una “non soluzione” che sorvolava su gran parte dei principi democratici sui cui si basava già il Regno Unito di allora…non sono stati gli inglesi ad imporre agli israeliani di cacciare gli abitanti dei villaggi palestinesi pre-Israele (o, viceversa, a far fallire lo stesso tentativo da parte araba) ma hanno creato le premesse perché ciò avvenisse, o più generosamente non hanno fatto nulla affinché non accadesse.
Perché Gerusalemme non riesce a rappresentare un esempio positivo di coesistenza civile di culture diverse? Pensate quanta ricchezza morale consentirebbe di spendere in giro per il mondo una Gerusalemme in cui coabitassero, in civiltà e rispetto reciproco, ebrei, cristiani, musulmani, arabi, israeliani, africani, europei, americani, etc., etc. Esistono veramente dei vincoli affinchè quello in cui spero non sia ragionevolmente realizzabile?

Licenza Creative Commons
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.