mercoledì, aprile 26, 2006

CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO (2)
Prima del 1948

Possiamo considerare come periodo spartiacque del conflitto israelo-palestinese gli anni che vanno dal 1947 al 1949. Ad allora risale la nascita dell’autoproclamato Stato di Israele (14 maggio 1948) con le conseguenti azioni e reazioni che questa ha comportato.

Il 9 dicembre 1917 l’esercito britannico occupa Gerusalemme e nel giro di un anno mette definitivamente fine all’Impero Ottomano in terra palestinese. Prima di allora esistevano quindi provincie e sottoprovince (sangiaccati come Nablus, Gerusalemme e Akko) che erano tenute a pagare tributi ed eventualmente fornire soldati all’Impero Turco. I singoli villaggi erano amministrati da clan mentre le città, realtà necessariamente più complesse ed articolate, erano governate dai cosiddetti “notabili” (rappresentati delle famiglie-clan più influenti).
Dopo la Guerra di Crimea del 1856, che ridimensionò il potere effettivo dell’impero ottomano, gli interessi e la presenza di Stati europei in Palestina aumentarono progressivamente. Inizialmente arrivarono dall’Europa imprenditori, missionari o semplici emigranti in cerca di fortuna ma pian piano che gli interessi aumentarono crebbe la necessità che questi venissero difesi. In quel periodo arrivarono i primi ebrei (1882?) e anche se alcuni di questi portavano con sé l’idea di “Eretz Yisra’el” i più giungevano in terra di Palestina per fuggire a un dilagante antisemitismo (che contagiava gran parte dell’Europa compresa la Russia).
Si inserisca poi il tutto in un contesto in cui il colonialismo europeo la faceva da padrone, soprattutto dal punto di vista economico. I processi economici di stampo capitalisco-coloniale furono i primi a modificare le terre palestinesi, trasformando un economia agricolo-autarchica in una agricolo-coloniale (nel senso che ora gran parte di ciò che veniva prodotto era indirizzato alle grandi città o all’estero mentre prima solo il surplus era commerciato e solo a livello locale).
La fine della Prima Guerra Mondiale assegnò, temporaneamente, all’influenza anglo-francese le vecchie province ottomane. I più interessati ed influenti sono sicuramente i britannici (Suez non è molto lontana da Gerusalemme…) che prima e dopo il primo conflitto mondiale praticano una politica apparentemente contradditoria. Come non definire contraddittorie fra loro la Dichiarazione Balfour (favorevole agli ebrei), l’accordo (di spartizione) Sykes-Picot , la corrispondenza con ibn ‘Ali al-Husain e il libro bianco del 1939 (favorevole agli arabi palestinesi)?
L’accusa più fondata che può, forse, essere mossa nei confronti dell’allora Impero Britannico e della comunità internazionale (concetto alquanto “confuso” oggi figuriamoci allora…) è quella di non aver rispettato, promosso e difeso un progetto di AUTODETERMINAZIONE del popolo che allora viveva in Palestina. Certo sostenere un simile progetto avrebbe significato rinnegare la Dichiarazione Balfour; sarebbe interessante capire quanto questo fosse allora politicamente possibile (ma sarebbe anche un esercizio alquanto sterile).
Nel periodo del Mandato britannico gli abitanti furono classificati ed enumerati in base alla loro religione (metodo che denunciava già notevoli pregiudizi): su circa 800 mila persone 650 mila erano mussulmane, 80 mila cristiane e 60 mila ebree (siamo intorno agli anni Venti del Novecento).

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Un errore, o una mancanza, principale che probabilmente determinò lo sfaldamento della comunità araba di Palestina fu la sua incapacità di riconoscersi come un popolo con un’identità propria, una cultura autonoma e una sua terra. Come spesso accade scoprì l’importanza questi valori troppo tardi, e cioè quando ormai aveva perso buona parte di essi (soprattutto perse il luogo dove cultura e identità avrebbero potuto avere la possibilità di crescere). A questa comunità mancò anche e soprattutto una guida; i “notabili” non seppero costruire una politica efficace per il loro popolo ed anzi molti di loro lo abbandonarono al suo destino alla prima tempesta. Forse gli arabi non ebbero nemmeno il tempo di prendere coscienza della loro identità. Anche gli inglese non riuscirono a riconoscere fra i palestinesi, probabilmente a causa dei tipici pregiudizi che caratterizzano i colonizzatori, un referente politico valido.
All’opposto gli ebrei (soprattutto i sionisti) avevano una leadership ben definita che sapeva cosa voleva e come ottenerlo, al punto che già durante il Mandato crearono delle istituzioni ombra operative, riconosciute e già in grado di giocare un ruolo politico a livello internazionale (come l’Agenzia ebraica).

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