mercoledì, settembre 13, 2006

Diritti e Terrorismo

Quello che segue è un commento al seguente articolo:
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2006/08_Agosto/13/PANEBIANCO.shtml
La suggestiva ipotesi iniziale dell’articolo di Panebianco è frutto di quella che chiamo “illusione” di sconfiggere il Terrorismo con il solo uso della forza, magari una tantum. Un’illusione perché evitata la strage il problema resta, non dimentichiamolo. Come se il Terrorismo non fosse un effetto di un processo storico in corso da decenni (se non da secoli) che non si può pensare di modificare con un colpo di mano. Un po’ come chi pensa che per risolvere il problema Hizbullah basta lasciar fare all’esercito israeliano dovendo sopportare qualche “effetto collaterale”.
Occorre essere consapevoli che l’ipotesi di Panebianco presuppone un contesto che implica alcune questioni….
Troppe deroghe allo stato di diritto (arresto senza mandato, impossibilità ad avere un giusto processo o anche solo la consulenza di un avvocato, torture, violazione della sovranità di altri paesi per effettuare arresti illegali, consegna di prigionieri illegalmente arrestati a paesi che applicano tortura e pena di morte, etc.) pongono il problema di chi o cosa ci proteggerebbe dall’essere considerati terroristi e magari per questo essere prelevati da un commando del servizio segreto X (di un qualsiasi paese Y) mentre andiamo al lavoro. Siamo certi che potendo utilizzare lo strumento della tortura i servizi di sicurezza non finiscano per privilegiarlo rispetto ad altri metodi di indagine, forse meno “immediati” ma sicuramente meno crudeli?
Quanti innocenti pagano prima di beccare il vero jahadista che consente di evitare la strage? Quante Guantanamo, Abu Ghraib, Falluja dobbiamo tollerare per la causa?
Lo stato di diritto può essere considerato anche uno strumento, ma è quello con cui riusciamo a rendere applicabili i valori in cui crediamo. Accettare la tortura o altre violazioni delle libertà individuali (e quindi non si tratta solo di legalità…) non significa apportare una, anche solo temporanea, modifica allo strumento ma vuol dire venir meno ai valori per cui si è costruito lo stato di diritto, e che dovremmo condividere tutti (o quasi). Quindi ancor prima del rispetto dello stato di diritto occorre rispettare i propri valori e la conquista del Diritto Internazionale. In questo senso è auspicabile la rifondazione dell’ONU con caratteristiche che le consentano un ruolo equo, efficace ed autonomo.
Ammetto il dilemma etico, ma questo deve essere risolto nel senso di sperimentare ogni via che rispetta i principi in cui credo, prima di rinunciarvi. Poi è indubbio che il compromesso fra stato di diritto e sicurezza nazionale esista e debba preservare entrambi. Ci sono però molte politiche da sperimentare prima di arrivare alla scelta esistenziale “mors tua vita mea”. Per questo motivo contesto chi, ormai, ha omologato qualsiasi disputa dello scenario internazionale (che sia la Cecenia, Israele, Somalia, etc.) nel trade-off Democrazia-Terrorismo senza mai entrare nel merito di ogni singola questione assumendo una posizione aprioristica. Questo atteggiamento ci allontana dalla soluzione dei problemi. Molti paesi occidentali hanno abbandonato alle prime difficoltà il dialogo (quello vero però, in cui consideri la controparte un tuo pari) con i paesi islamici forse anche per non riconoscere errori del passato (o peggio per non dovervi rimediare). Il dialogo, ovviamente, è accettabile con i paesi non con i terroristi.
Al Terrorismo bisogna togliere il consenso sociale che si è purtroppo guadagnato nel mondo islamico, occorre riflettere su come ciò è avvenuto e su come porvi rimedio. Non credo agli “Stati Canaglia” o ad improbabili “Assi del Male”. Ci sono uomini e donne di buon senso e buona volontà in tutti paesi e bisogna fare in modo che questi abbiano la forza per impedire derive integraliste nei loro rispettivi paesi. E’ opportuno, in ogni caso, evitare di mettere un popolo nella condizione di dover scegliere fra la sua sopravvivenza e la nostra, non conducendo ottuse politiche unilateraliste. Solo vantando una condotta morale integra possiamo sperare di raccogliere quel consenso che consenta di intraprendere soluzioni possibili condivise anche dai paesi islamici. Non sarà rinunciando ai nostri principi che otterremo dei buoni risultati, tali da consentire un futuro dignitoso al maggior numero di persone possibili e non solo a chi NOI riteniamo meritevoli. Altrimenti l’alternativa, evitando di essere ipocriti, sarà “il più forte vincerà e il debole perirà”.
A margine, aggiungo che l’analisi di Panebianco della “vicenda italiana” mi pare sia fatta più con le lenti delle beghe politiche interne piuttosto che con una vera volontà di comprendere il malessere esistente, non solo italiano, nei confronti di uno sgretolamento dei valori insiti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e di politiche cieche alle vere problematiche sociali che il mondo sta vivendo.
NOTA AGG.: il presente post è stato inviato come lettera al Corriere della Serra lo stesso giorno in cui l'ho postato su Splinder. Ad oggi non risulta pubblicato. (02/09/06)

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