mercoledì, settembre 13, 2006

GUERRAFONDAI

Il commento che segue fa riferimento all'articolo di G.Ferrara su "Il Foglio" del 31/08/06 intitolato "Perchè Israele non deve disarmare", in riposta quest'ultimo all'articolo di A. Sofri su "La Repubblica" intitolato "E adesso Israele rinunci all'atomica" del 30/08/06. (purtroppo nessuno dei due mi risulta essere disponibile su Internet).
Chi sostiene, come Ferrara nell’articolo, la necessità per Israele di non disarmare e per l’Europa di armarsi sostiene implicitamente la teoria dell’equilibrio delle forze (balance of power). In base a questa teoria la pace può essere garantita solo se tutti gli attori hanno una forza militare tale per cui nessuno attacca per paura della reazione. La citazione machiavelliana finale dell’articolo sottende questa idea, benché il passo del Principe non sia correttamente riportato nel testo ma lo sia sostanzialmente nel significato. La teoria citata è ben conosciuta da noi europei, ci ha infatti condotto ai due devastanti conflitti mondiali del primo Novecento, e finisce storicamente per concretizzarsi in una generalizzata corsa agli armamenti (che prima o poi finiscono per essere usati). Inoltre ”l’armiamoci per difenderci” consente specularmente la ricerca da parte dell’Iran di una tutela nucleare utilizzando la stessa giustificazione di Ferrara. Perché, dal loro punto di vista, la minaccia sono Israele e gli Stati Uniti (ancor più oggi che occupano l’Iraq), ma potenzialmente anche il Pakistan e l’India; tutti già dotati di armi nucleari.
Una politica più saggia, secondo me, dovrebbe puntare a ridurre la percezione di minaccia reciproca (forse la pazzia di Sofri sperava in questo…). Il rischio è che gli estremisti guerrafondai di entrambe le parti si sostengano reciprocamente e si autoalimentino nelle giustificazioni allo scontro. Come sta ahimè avvenendo. Una condotta più saggia non deve avere solo un profilo militare ma cercare semmai un equilibrio (non la resa) attuando politiche di sviluppo e distribuzione della ricchezza il più possibile eque, politiche di integrazione rispettose della dignità e della differenze culturali (il che non significa e non deve significare necessariamente la rinuncia alle regole che ci siamo dati), politiche che non mirano al solo accaparramento delle risorse disponibili ignorando tutto e tutti; politiche che rispettano i diritti umani in ogni caso e sempre (e non a seconda della nazionalità del mio interlocutore o del luogo in cui le attuo). La prova che questo atteggiamento, se attuato, sia fallimentare non l’abbiamo, abbiamo invece prova che la corsa agli armamenti storicamente ha portato morte e distruzione (la Storia ci dice fra l’altro che alla fine sia Atene che Sparta si consumarono reciprocamente finendo per essere preda di potenze terze). La via dello scontro, per non volere vedere e guardare la vera origine dei problemi, ci ha portato in Iraq con il risultato che sappiamo, senza peraltro scalfire il pericolo del Terrorismo Internazionale anzi finendo semmai per fomentarlo.
Per le stesse ragioni critico il passo dell’articolo in cui si sostiene che Israele trova la sua legittimazione ad esistere dalle guerre vinte contro i nemici arabo-islamici (da quello che io chiamo la forza di poter difendere lo stato di fatto che sta alla base delle prime risoluzioni ONU in materia, e non viceversa). Ragionamento che ha portato Israele a vivere dal ’48 in un continuo stato di guerra più o meno intenso, senza ottenere nessun risultato positivo dal punto di vista della sicurezza e della riduzione dello stato di precarietà esistenziale. La continua prova di forza logorerebbe qualsiasi Paese, ed è sicuramente ammirevole la volontà con cui il popolo di Israele lotta per la sua sopravvivenza. Ma gli israeliani credo comincino a capire che la loro superiorità militare non è sufficiente per ottenere il risultato voluto, non è quella la strada. E’ giusto e doveroso sostenere ed aiutare Israele ma anche poter criticare scelte sbagliate. E’, a tal fine, auspicabile ed utile un’integrazione nell’Unione Europea di Israele, come anche di altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Perché, se è vero che le nostre origini sono giudaico-cristiane è anche vero che dalle quelle origini ci siamo progressivamente “emancipati” arricchendo il nostro bagaglio culturale e i nostri valori. E se non siamo più una teocrazia (con le sue crociate e le sue cacce agli eretici) lo dobbiamo proprio a questo processo emancipatore. Non vedo perché dovremmo proseguire il cammino accettando la provocazione degli estremisti di entrambe le parti tralasciando altri possibili sentieri (anche se apparentemente più ardui ed accidentati). Per questo non raccolgo la chiamata alle armi dei guerrafondai contro “la pressione della umma islamica” perché quest’ultima non è fatta solo di terroristi, integralisti, ladri, e stupratori, e perché comunque non sarebbe la soluzione migliore per tutti. E’ giusto dire che, affinché una politica di avvicinamento abbia successo, serve la volontà e il concreto sostegno di entrambe le parti, e non è accettabile la mala fede di chi dice che non esista questa volontà nei paesi arabi.
Bisogna sostenere gli israeliani, gli arabi e gli “occidentali” (generalizzazione che mi piace poco…perché alla fine finisce per essere limitante) che lavorano per costruire un futuro comune. Per questo auspico che l’umma islamica intraprenda un percorso di emancipazione costruttiva, la qual cosa non necessariamente implicherebbe una perdita di valori positivi. Perché credo che il miglior cambiamento, pur richiedendo inevitabilmente più tempo, avviene dall’interno e non potrà mai essere, con una effettiva efficacia, imposto dall’esterno. Questo percorso dovrà, fra le altre cose, portare al riconoscimento del diritto di Israele ad esistere. Israele deve poter diventare uno Stato come tutti gli altri, con i suoi diritti e doveri, non “normale” ma eguale.

NOTA AGG.: testo inviato al Direttore de "il Foglio" lo stesso giorno in cui è stato postato e ad oggi, 13/09/2006, non risulta né pubblicazione né risposta.

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