Raccogli ciò che semini!
Possiamo rammaricarci di quanto sta avvenendo in Libano ma non stupirci. Il forte consenso avuto da Hamas alle ultime elezioni palestinesi (le prime senza Arafat) è stato solo uno degli eventi recenti che hanno influito sulla scena mediorientale. L’influenza si è concretizzata nel agevolare le tendenze più estremiste nelle politiche attuate dai diversi attori. Occorre chiedersi: quali dinamiche hanno condotto il popolo palestinese a votare proprio Hamas con forza.?
Sempre a proposito della vittoria di Hamas, per puro dato di cronaca, ci tengo a sottolineare un dato:
dal 25/1 (data delle elezioni palestinesi) al 19/7 sono morti 274 palestinesi e 21 israeliani a causa dell’occupazione in corso. (fonte: Afp)
… giusto per inquadrare al meglio il concetto di proporzionalità.
Se non altro la vittoria di Hamas, o meglio le reazioni che essa ha generato, ha evidenziato la realtà che spesso si finisce per dimenticare: la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono territori occupati. Quindi, il paradosso di voler tenere delle elezioni “libere” in un paese occupato non può che generare un “mostro”: la scelta del partito meno democratico a disposizione dell’elettore. Come non definire Hamas un “mostro” che, se da un lato, con la sua organizzazione, rappresenta spesso l’unico sostegno per molte famiglie palestinesi, dall’altro attua una politica di resistenza vigliacca attraverso i cd kamikaze in una cornice di integralismo islamico.
Le reazioni di Israele, e di buona parte della cd comunità internazionale (USA e Europa), sono state molto misurate. Di rispettare la volontà degli elettori ovviamente non se ne parlava…
Così:
1) recrudescenza della burocrazia repressiva (mancata o ritardata concessione di permessi obbligatori, blocchi stradali, etc.) e dei famosi attacchi mirati e chirurgici (“che poi così chirurgici non sono mai”…);
2) sospesa la retrocessione delle risorse derivanti dai dazi e dalle imposte prodotto dalle attività palestinesi ed esatte dagli israeliani (in quanto occupanti);
3) blocco degli aiuti economici diretti alla ANP, da parte degli Usa prima e dell’Unione Europea poi, finché Hamas non riconoscerà lo stato di Israele.
Ma come si può chiedere ad una forza di resistenza di accettare il suo nemico occupante? L’OLP ha dimostrato il fallimento della trasformazione di una forza che era di resistenza in una forza di governo (corrotta ed inefficiente) pronta a negoziare con il suo occupante. Si chiede forse ad Hamas di commettere lo stesso errore? Bisogna togliere ad Hamas la sua rappresentatività delle istanze palestinesi se si vuole combattere Hamas ed evitare di umiliare il popolo palestinese. Solo andando alla radice dei problemi si può far ciò. Bisogna che i palestinesi considerino gli israeliani loro pari, e viceversa. Siccome però in questo momento la “forza” politica, economica e militare è nelle mani degli Israeliani sono questi ad aver il maggior onere di responsabilità e buon senso.
La forza di resistenza si scioglierà solo quando l’occupazione sarà finita. Sino a che non si raggiungerà un accordo territoriale non ci sarà pace, un accordo che dovrà essere condiviso, ovviamente, dalla maggioranza dei due popoli. Frange che non accetteranno gli accordi ci saranno sempre, ma occorre procedere comunque con il consenso della maggioranza.
Solo allora si potranno tenere elezioni veramente libere in cui i palestinesi potranno scegliere le forze politiche che gli consentiranno forse un futuro almeno decente (magari non subito normale) e non solo un futuro di rabbia e disperazione (l’unico che può garantire Hamas).
Esiste la necessità di comprendere le difficoltà di entrambe le parti. Prendere ogni giorno un pullman con la paura di morire in qualche modo condiziona il tuo modo di vivere e di pensare. Ma anche vivere in un campo profughi ha dei riflessi sul tuo modo di vivere e di pensare. E per quanto riguarda gli altri…sarebbe meglio controllare o reprimere l’istinto di schierarsi ad ogni costo, istinto che comunque non dovrebbe prevalere sulla necessità di capire. Gli “occidentali” dovrebbero anche, per esempio, liberarsi dall’idea che appartenga agli arabi il monopolio degli errori.
Come ha detto bene Ugo Tramballi sul Sole24Ore qualche tempo fa “il conflitto è ormai così lungo che entrambi hanno avuto la possibilità di essere stati dalla parte della ragione e del torto, carnefici e vittime. Ed è come se, di fronte alla monumentalità storica del conflitto, si accontentassero di godere della loro parte di ragione”. Interrompere questo circolo vizioso è indispensabile.
A coloro che chiedono, giustamente, la liberazione dei soldati israeliani rapiti li invito anche a ricordare il 14 marzo di quest’anno ed ad agire di conseguenza nei confronti di Israele. Quel giorno l’esercito israeliano ha assediato la prigione di Gerico in Cisgiordania (che non è Israele) per catturare alcuni attivisti “accusati” di crimini contro gli israeliani, minacciando di morte chi non si arrendeva (ricordate le foto di quei palestinesi in mutande con le mani alzate?). E un po’ come se dei soldati americani venissero in Italia, senza chiedere il permesso, ad arrestare qualcuno che ritengono colpevole di crimini nei loro confronti…(ops..).
Continuo a chiedermi: deve venire prima il diritto degli israeliani a difendersi o il diritto dei palestinesi a resistere all’occupante? Non c’è soluzione a questo trade-off ma solo morti.
Un altro processo in corso che può essere certamente considerato causa della situazione attuale è la tensione in corso fra Stati Uniti e Iran per la questione nucleare. D’altra parte, se già storiche democrazie preservatrici della Pace mondiale come Pakistan, India, Israele e Russia hanno una tecnologia ed armamenti nucleari perché mai non dovrebbe averli l’Iran …?
Ovviamente non bisogna dimenticare il solito classico contesto dello scacchiere energetico.
E come se la confusione e la tensione non fossero già alte abbastanza ci volevano solo più gli Hezbollah …che rischiano di trasformare quelli che erano “conflitti locali” (Iraq, Palestina, Iran,…) in un unico grande ed equivoco scontro di civiltà. Orribile. Finiscono per fare la volontà di chi ha tutto l’interesse a tenere lontani sciiti da sunniti ed arabi da occidentali.
Anche per me, di primo acchito, è più facile vedere un fratello in un israeliano piuttosto che in un arabo. Ma bisogna superare l’istintiva diffidenza verso ciò che ci sembra troppo diverso.
Condividere e convivere vicino alle differenze finisce per diminuire le distanze. Lavorare per la tolleranza credendo sia possibile la convivenza fra le diverse culture (che poi così diverse non sono mai…) è l’unica scelta ragionevole per l’uomo di oggi e di domani. Mentre se si sceglie l’intolleranza e la volontà di supremazia i morti e i danni saranno ancora molti. Non ci sono falsi fratelli da cui difendersi ma ci sono molti fratelli da comprendere, conoscere. Facciamolo senza pregiudizi.



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