UN PRECURSORE (JONAS H.)
Hans Jonas è stato un filosofo che ha “attraversato” il Novecento e alcuni luoghi significativi “dell’Occidente” riuscendo a cogliere alcune contraddizioni del suo e del nostro tempo. E’ nato e cresciuto nella Germania del primo terzo del secolo per poi emigrare in Inghilterra, Palestina e poi ancora in America, dove muore a New York nel 1993. Ha dedicato la sua vita all’approfondimento e all’insegnamento di tematiche filosofico-religiose. Jonas rappresenta, secondo me, uno dei più significativi precursori dell’idea di “sviluppo sostenibile” anche se in modo, per lui, solo relativamente consapevole. Questa relatività dipende però da motivi puramente “storici”: l’essere fin troppo un uomo del Novecento e dunque vittima delle contese ideologiche di quel secolo. Il suo testo che prendo in considerazione in questo post è stato pubblicato nel 1979 con il titolo “Das Prinzip Verantwortung” (Il principio responsabilità).
Secondo Jonas risiede nella natura un’autoaffermazione dell’essere che lo fa risultare migliore della condizione del non essere. La natura risulta avere, per lui, una disposizione favorevole verso la propria sopravvivenza, la quale assume pertanto un valore (il primo in assoluto) e il cui mantenimento è un bene in sé. Uno scopo perseguito dalla natura de facto. L’essere diventa così dover essere (esiste cioè un’esigenza della sua realtà).
Si pone, di conseguenza, anche un problema di causalità fra l’agire umano e il dover essere della natura. Scrive Jonas: “soltanto nell’uomo il potere, grazie al sapere e all’arbitrio, è emancipato dal tutto e può così diventare fatale all’uno e all’altro”.
Il potere dell’uomo è considerato da Jonas nella sua evoluzione storica. Nella sua formulazione teorica l’uomo, nel procedere della Storia, attraverso il suo sapere e la sua tecnologia è venuto a disporre di un potere enorme in grado di pregiudicare la sopravvivenza della natura e quindi anche la sua. Un potere che richiede un sapere predittivo sempre più di difficile attuazione e verificabilità immediata, e che risulta insufficiente a rispondere al concatenarsi cumulativo delle serie causali dell’agire umano (sempre meno prevedibili e controllabili). “Così alla constatazione che l’accelerazione dello sviluppo alimentato dalla tecnologia non lascia più tempo all’autocorrezione, si aggiunge quella che anche nel tempo lasciato le correzioni diventano sempre più difficili e la libertà di farle sempre più ridotta”. Mancando la possibilità di autocorrezione nasce l’esigenza di un autocontrollo dell’agire.
Si stabilisce così il legame fra dover essere della natura e potere dell’uomo. Questo legame è dato dalla responsabilità, o meglio da un’etica della responsabilità. “L’etica mette ordine nelle azioni e regola il potere di agire” con il fine di preservare la sopravvivenza della natura nella sua varietà. “Una nuova etica che richiede un’umiltà tale da riconoscere il bisogno di una responsabilità proporzionata al potere del fare”. Una responsabilità che, secondo me, richiedendo la consapevolezza e il contributo di tutti (indipendentemente dalle loro aspirazioni, cultura, nazione, etc.) determina il suo carattere globale, o comunque collettivo. In netto contrasto questo con l’attuale spirito individualista “occidentale”, ed anche quindi con la “creatività distruttiva” (e/o distruzione creativa) della società capitalistica.
L’entità del potere e del sapere dell’agire umano, nel mondo attuale, è già tale da richiedere una consistente responsabilità nei confronti delle generazioni future; una necessità di difficile soddisfazione perché risulta già in evidente detrimento degli interessi della società esistente. Il non essere delle generazioni future solo in apparenza prevale però su quella esistente. Per coerenza con la necessaria continuità dell’essere nel tempo non si deve pregiudicare la sua sopravvivenza futura e la sua capacità di una condotta responsabile. Compromettendo le possibilità delle generazioni future si negherebbe già oggi la priorità assoluta dell’essere sul non essere.
Jonas riassume il tutto in modo egregio con: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”, oppure, “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità futura di tale vita”
L’esistenza e il rispetto di questa responsabilità Jonasiana è compatibile con il concetto di “sostenibilità”, nel senso che questa diventa un elemento caratterizzante della prima. L’agire umano deve cioè essere adattabile con il non pregiudicare la possibilità di sopravvivenza delle generazioni future. Stiamo parlando di possibilità, per cui anche solo “un’eventualità di sventura” deve essere presa in seria considerazione e passare il vaglio della responsabilità. La sola eventualità di sventura è rilevante perché il sapere predittivo è inferiore al potere del fare per cui risulta non possibile compiere delle scelte definibili ragionevolmente giuste mancando sufficienti riscontri. Si pensi alla biotecnologia in genere o, come esempio specifico, ai cosiddetti OGM già ampiamente diffusi ma i cui effetti sull’uomo e sulla natura sono solo in minima parte conosciuti, cosa che dovrebbe portarci ad assumere un atteggiamento prudente nel loro utilizzo. Esempi di altre tematiche rilevanti? Crescita demografica, spartizione ed utilizzo delle risorse, preservazione dell’equilibrio ambientale.
E’ evidente che non è possibile un accoglimento parziale dell’etica della responsabilità. Ciò che ad essa non si sottoponesse finirebbe, in ogni caso, per produrre quegli effetti che la stessa etica vuole evitare. Per questo motivo è stato un errore “ghettizzare” le idee di Jonas al solo ambito ecologista. La sua teoria non suggerisce di agire sulla natura per dominarla in modo da non compromettere la nostra sopravvivenza, rimarrebbe questo un punto di vista baconiano. Semmai ci suggerisce di assumere una condotta nel nostro agire (economico, politico, quotidiano, etc.) che si faccia carico del rispetto e della sopravvivenza della natura che ci circonda e di cui facciamo parte. “La comunanza dei destini dell’uomo e della natura, riscoperta nel pericolo, ci fa riscoprire anche la dignità propria della natura, imponendoci di conservarne l’integrità andando al di là di un rapporto puramente utilitaristico.”
Jonas, ponendosi il problema della attuabilità dell’etica teorizzata, evidenzia poi un aspetto non irrilevante: l’assenza di utopia. Non esiste cioè una terra promessa, la promessa di un superuomo, un mondo senza classi, un “non essere ancora”, una speranza nell’infinito progresso che tutto risolve. “L’uomo autentico è già sempre esistito con tutti i suoi estremi, nella grandezza e nella meschinità, nella felicità e nel tormento, nell’innocenza e nella colpa; in breve, in tutta l’ambiguità che gli è connaturata. Volerla eliminare significa voler eliminare l’uomo e la sua incommensurabile libertà”. Quindi la scelta della responsabilità è finalizzata ad ottenere l’autenticità e non un utopico mondo perfetto. E questo, secondo me, è un indubbio problema dell’etica della responsabilità, ma anche del concetto di “sviluppo sostenibile”: non si “vede” la sua proiezione futura allettante; ossia il “cosa ci guadagno?”. Scrive Jonas: “votati al divenire sovrano, condannati ad esso, dopo aver soppresso l’essere trascendente, dobbiamo cercare in quel divenire, ossia nel transitorio, l’autentico. Soltanto così la responsabilità diventa principio morale dominante. (…) Responsabili si può essere soltanto per ciò che è mutevole ed è minacciato dalla corruzione e dalla decadenza”. Non scompariranno la fatica, il sacrificio, il male e quant’altro perché le risorse disponibili e l’uomo sono e rimarranno “limitati”. Il premio della sostenibilità/responsabilità è quindi “solo” il vivere autentico nel suo divenire, cioè la sopravvivenza. Questo vorrà dire , per esempio, non coltivare l’illusione che il nostro benessere attuale non sia “pagato” da qualcuno ma rendersi conto che il benessere non può essere ottenuto a scapito della natura e, aggiungo io, degli altri uomini. Perché al fianco del principio della responsabilità ci dovranno pur sempre essere altri principi come la giustizia, la libertà, la tolleranza, l’eguaglianza, etc. Tutti questi principi dovranno essere uniti in un equilibrio di coerenza con il vivere autentico.
A causa di quel che si diceva poc’anzi, il concetto di sviluppo in Jonas non è considerato come scopo necessario per il rispetto dell’etica della responsabilità, non rientrando in alcun dover essere, anche perché risulta tutta da dimostrare proprio la sua presunta utilità-necessità. Al più, lo sviluppo può risultare dunque un incentivo al perseguimento della sostenibilità, andando a riempire parte del vuoto derivante dalla citata assenza di utopia. Lo slogan “sviluppo sostenibile” sembrerebbe assegnare alla sostenibilità il ruolo di qualità aggiunta che ci si prefigge di perseguire nello sviluppo, in realtà, seppur in apparente contraddizione, è lo sviluppo ciò che va ad aggiungersi alla sostenibilità, essendo quest’ultima lo scopo indispensabile e prioritario. Lo slogan, quindi, è poco più di una concessione consolatoria dell’attuale generazione a se stessa…D’altra parte capisco che “sopravvivenza sostenibile” non risulti un’alternativa molto seducente.
Accettando la natura dell’uomo bisogna riconoscere che non si può lasciare alla sua singola volontà il rispetto della sostenibilità. Riemerge così il carattere globale-collettivo della responsabilità. Per questo motivo, secondo me, saranno necessarie una o più istituzioni internazionali che adottino politiche di sostegno, di controllo, di studio e di attuazione della sostenibilità. Fra le “istituzioni” considero in primis una costituzione globale che annoveri fra gli altri principi proprio il rispetto delle generazioni future e della natura.
L’adozione di politiche rispettose dell’etica della responsabilità comporterà per il mondo industrializzato, ma non solo, una trasformazione simile al passaggio da un’economia di guerra a una di pace, con tutti i traumi che questo ha sempre comportato e senza la possibilità di poter consumare indiscriminatamente risorse.



1 Comments:
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